Il settore automobilistico europeo sta attraversando un momento di profonda trasformazione che ha lasciato molti impianti a operare ben al di sotto delle proprie potenzialità. Secondo lo studio “Driving Defence” dell’European Policy Centre (EPC) in collaborazione con l’associazione dei costruttori europei ACEA, nel 2024 le fabbriche di auto in Europa hanno prodotto oltre il 20% in meno rispetto al picco registrato nel 2017.
In questo scenario di incertezza, la necessità dell’Unione Europea di investire circa 800 miliardi di euro nel riarmo e nella sicurezza nei prossimi dieci anni offre una via d’uscita inaspettata per i giganti dell’industria automobilistica. I costruttori possiedono infatti quell’esperienza nella produzione di massa che oggi manca al settore della difesa, ancora legata a logiche quasi artigianali.
La transizione non è più solo un’ipotesi teorica, ma sta già muovendo i primi passi in diversi stabilimenti simbolo. Un esempio significativo è quello della fabbrica della Volkswagen a Osnabrück, in Germania, un sito che il gruppo tedesco non ritiene più centrale per i propri piani industriali.
Sono in corso trattative avanzate per trasformare l’impianto in un centro produttivo di componenti per il sistema di difesa aerea Iron Dome, in collaborazione con l'israeliana Rafael. Anche in Francia si registrano movimenti simili: la Renault ha confermato l'intenzione di produrre fino a 600 droni al mese per il ministero della difesa francese nello stabilimento di Le Mans, sfruttando la partnership con l’appaltatore Turgis Gaillard.
Il legame più naturale tra i due settori si trova nel campo della logistica militare. Lo studio dell’EPC stima che il mercato dei veicoli da trasporto, delle piattaforme logistiche e dei mezzi di rifornimento autonomi possa generare vendite per oltre 50 miliardi di euro nel prossimo decennio.
Gruppi come Iveco e MAN sono già attivi in questo ambito, con il primo che ha recentemente siglato un accordo per confluire sotto l’egida di Leonardo per creare un campione europeo della difesa terrestre (qui per saperne di più). Anche colossi come la Mercedes e la Ford stanno esplorando opportunità simili, proponendo veicoli commerciali e software avanzati per scopi militari.
Secondo lo studio dell’European Policy Centre, uno dei maggiori vantaggi della riconversione sta nella salvaguardia dell’occupazione. Mentre l’industria dell’auto prevede tagli significativi alla forza lavoro a causa della transizione verso l’elettrico e della concorrenza internazionale, il settore della difesa necessita di almeno 760.000 nuovi lavoratori qualificati entro il 2030: ingegneri esperti in intelligenza artificiale, specialisti in robotica e meccanici specializzati attualmente in esubero nelle fabbriche di auto potrebbero trovare una nuova collocazione senza la necessità di lunghe riqualificazioni. In Germania, aziende come Rheinmetall hanno già iniziato a reclutare attivamente ex dipendenti del settore automotive per sostenere la propria espansione.
Nonostante le potenzialità, il percorso non è privo di difficoltà. L’analisi dell’EPC evidenzia come non esista ancora un vero mercato unico europeo della difesa: ogni nazione mantiene regole proprie, controlli sulle esportazioni e certificazioni nazionali che frammentano l’offerta.
Inoltre, i modelli di business sono radicalmente diversi: l’automotive si basa su grandi volumi e margini ridotti per un mercato globale, mentre la difesa lavora su piccoli lotti, contratti a lungo termine e specifiche tecniche estremamente complesse dettate dai singoli governi. Esistono inoltre vincoli etici e culturali, poiché molte aziende automobilistiche hanno politiche di sostenibilità e responsabilità sociale che attualmente impediscono la produzione diretta di armamenti o munizioni.





















































































