03
2017
marzo 2017
Editoriale pubblicato su alVolante di

Americani, fate delle belle auto e ve le compreremo

IN UNA DELLE SUE PRIME INTERVISTE, Donald Trump recriminava sul fatto che nella Fifth Avenue, a New York, hanno tutti una Mercedes sotto casa, mentre di auto americane in Germania ne circolano poche. Qualcuno gli avrà fatto notare che se a Detroit tenessero in maggior conto i gusti europei forse il rapporto non sarebbe così sbilanciato a loro sfavore? Qualità a parte (un capitolo che da sempre vede perdente il made in Usa rispetto al migliore made in Europe), il vero limite dei modelli a stelle e strisce è che sono fatti più per le grandi highway che per le curve europee, e comunque per una clientela abituata a pagare poco la benzina. Senza tirare in ballo le celebri berlinone lunghe come incrociatori o gli enormi pick-up (che restano i veicoli più venduti oltre Atlantico), le americane hanno generalmente una tenuta di strada peggiore di quella delle nostre auto, e consumi più alti.               
 
DEL RESTO QUANDO GLI STESSI MODELLI vengono riproposti nel Vecchio Continente, la prima cosa a cui vanno incontro è un adattamento dell’assetto, per renderli più sicuri e piacevoli da guidare. Va detto, però, che anche gli americani hanno saputo imporsi per l’originalità dei loro prodotti, ed è accaduto in almeno due occasioni: con le suv (Jeep, infatti, è un marchio globale, apprezzato ovunque) e con le monovolume che, negli anni 80 e 90, rappresentavano un’alternativa credibile alla Renault Espace e alle altre europee. Il guaio è che oggi, in America, solamente la Tesla, che è californiana e quindi distante anni luce (in tutti i sensi) da Detroit, fa davvero innovazione con le sue auto elettriche per milionari.         

PER RESTITUIRE FORZA all’industria nazionale, Trump minaccia dazi sulle auto prodotte all’estero e vendute negli Usa. Probabilmente un’arma spuntata nei riguardi di chi, come BMW, Mercedes e Volkswagen (per non parlare delle case giapponesi e coreane), ha già investito miliardi in Nord America in fabbriche che danno lavoro a operai americani. Ma pure chi produce in Messico (GM, Ford e FCA, tra gli altri) e potrebbe finire nel mirino della politica protezionista di Trump, non ha ancora dato segnali precisi di un’inversione di rotta, e anzi ha richiesto sgravi fiscali per pensare di tornare a costruire auto a Detroit e dintorni. Con quale costo per le casse pubbliche statunitensi? E con quali prospettive strategiche se poi quelle automobili, fatte per il mercato locale, continueranno a piacere soltanto lì?

Guido Costantini

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