ORA CHE MARIO MONTI si è dimesso, vogliamo fare un bilancio dei suoi 13 mesi da primo ministro, almeno per quanto riguarda l’automobile? Il Professore è stato chiamato al timone nel pieno di una bufera che rischiava di travolgerci: se l’Italia è riuscita in qualche modo ad attraversare il mare in tempesta che ha agitato il 2012, lo dobbiamo al prestigio del premier e ai sacrifici che ha imposto a tutti noi. Ricordiamo, tra le misure cardine del decreto Salva Italia di un anno fa, l’aumento delle accise sui carburanti e il nuovo superbollo per le vetture di lusso.
UNA RICETTA “LACRIME E SANGUE” la sua, tutta giocata sul fronte dell’imposizione fiscale. Dovendo fare cassa per rispettare impegni presi in sede internazionale, Monti ha scelto la via più facile: si è guardato dall’intervenire sull’Ipt (appesantita oltre misura dal suo precedessore nel 2011) e ha lavorato sul filo della continuità con le politiche precedenti in materia di bollo e superbollo. Infatti, dobbiamo a Prodi il primo inasprimento, nel 2007, della tassa di proprietà e a Berlusconi (che aveva annunciato di voler abolire il bollo) l’imposizione extra che, nell’estate 2011, colpì le auto con più di 225 kW, poi estesa da Monti a quelle da 185 kW in su.
DETTO QUESTO, MONTI NON HA MAI preso in considerazione l’ipotesi di veri bonus a sostegno del settore auto (quelli per le vetture ecologiche scattati in questi giorni sono ben poca cosa), e le riforme che avrebbero dovuto rendere meno onerosi carburanti e assicurazioni non sono andate in porto o, per ora, hanno dato scarsi risultati. La conseguenza è un paese con i conti in ordine, probabilmente più affidabile agli occhi dei grandi investitori internazionali, ma indiscutibilmente più povero. Un paese in recessione, che vive la più pesante contrazione dei consumi dal dopoguerra
e nel quale le famiglie hanno perso potere d’acquisto per il quinto anno consecutivo. L’automobile è lo specchio di tutto ciò, con un mercato tornato ai livelli degli anni 70 e che le previsioni non danno certo in crescita nel 2013. È troppo augurarsi dal nuovo governo almeno una riflessione sul contributo del settore all’economia nazionale? Già rinunciare al prossimo aumento dell’Iva, che deprimerebbe le vendite, sarebbe qualcosa.
Guido Costantini



