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2021
dicembre 2021
Editoriale pubblicato su alVolante di

De Meo: con le elettriche anche nuovi posti di lavoro

CENTOMILA OCCUPATI IN MENO, nella filiera dell’auto francese, per via del passaggio all’elettrico. Sono numeri “da paura” quelli usciti da una conversazione informale a Parigi con Luca de Meo, insieme ad altri giornalisti italiani del Car of the Year. Le stime dell’amministratore delegato della Renault sono state poi “ufficializzate” dalla PFA, sorta di Anfia d’Oltralpe, che riunisce case automobilistiche, fornitori e operatori della mobilità. Che la transizione energetica farà “morti e feriti” si sapeva. Richiede vetture meno complesse, e meno personale per produrle e ripararle. 

TUTTAVIA, SE LA RAPIDISSIMA TRASFORMAZIONE voluta dall’Ue funzionerà, de Meo non si aspetta solo tagli nei settori tradizionali, ma anche la creazione di 300.000 futuri nuovi posti di lavoro, per l’effetto volano delle nuove tecnologie e delle sinergie con i settori dei servizi online, della produzione di batterie e semiconduttori. Si tratta comunque di un processo irreversibile, per gli astronomici investimenti sostenuti dalle case con l’obiettivo di rispettare la scadenza del 2035, quando non si potranno più produrre vetture con motore termico in Europa. Secondo il capo della Renault, non sarà una rivoluzione “di sinistra”, come non lo sono state quelle dei personal computer e degli smartphone: oggetti, inizialmente per pochi, poi diventati non solo abbordabili ma imprescindibili ovunque. Accadrà anche per le auto? Qualche segnale c’è.

COLPISCE VEDERE LA TESLA MODEL 3 in cima alle vendite europee di settembre. Solo un assaggio, forse, di quanto accadrà quando la discesa dei costi industriali renderà queste auto competitive anche senza gli incentivi. Ma il problema, naturalmente, va inquadrato in una prospettiva più ampia. Primo, la dipendenza dalla Cina: inutile girarci intorno, sarà il colosso asiatico (“padrone globale” della materia prima, cioè del litio e delle terre rare che sono il cuore delle batterie) a muovere i fili del gioco, sempre che la ricerca non ci liberi dalla necessità di ricorrere a questi materiali per gli accumulatori di nuova generazione. Secondo: riusciremo davvero a soddisfare il fabbisogno di energia determinato dal boom delle elettriche potenziando la produzione da fonti rinnovabili (da stoccare, magari, sotto forma di idrogeno “verde”)? O dovremo tornare al nucleare, sia pure di nuova generazione? Terza domanda: tutto ciò servirà a qualcosa, se poi la Cina aumenta la produzione di carbone?

Guido Costantini



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