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2019
gennaio 2019
Editoriale pubblicato su alVolante di

La FCA punta (finalmente) sull’Italia. Chiaro il messaggio?

MENTRE AL DI LÀ DELL’ATLANTICO una GM in “buona salute” spediva 14.800 lettere di licenziamento apprestandosi a chiudere cinque stabilimenti (per liberare risorse da investire nella guida autonoma), i nuovi vertici della FCA annunciavano una strategia di segno ben diverso ai rappresentanti sindacali convocati nella storica palazzina torinese di Mirafiori. Mike Manley, succeduto a Sergio Marchionne alla guida del gruppo dopo la scomparsa del manager italo-canadese, e Pietro Gorlier, il nuovo capo delle operazioni europee FCA dopo l’uscita di Alfredo Altavilla, hanno messo l’Italia al centro della scena. Chiarendo che gli 8,7 miliardi previsti dal piano industriale 2018-2022 presentato a Balocco lo scorso giugno, verranno assegnati in larga misura alle fabbriche italiane (5 miliardi) e spesi già entro il 2021.

L'IBRIDO RACCOGLIERÀ molti di questi quattrini. Del resto, qui il gruppo è in ritardo, ma promette di sviluppare in casa l’elettrificazione, senza cercare la tecnologia nelle partnership strategiche con altri soggetti. Attenzione: le varianti a “doppio motore” (plug-in, mild o full hybrid) dei vari modelli non devono far passare in secondo piano la correzione di rotta sul tema del diesel, motore in declino ma evidentemente dato troppo presto per morto e sul quale la FCA continuerà a investire. Come farà sul brand Fiat. Se la produzione a Mirafiori della 500 elettrica va salutata come un fatto importante, lo è forse maggiormente la conferma che sarà ancora Pomigliano d’Arco a sfornare la Panda, la citycar più venduta in Europa (dopo la stessa 500) che si temeva tornasse nella fabbrica polacca di Tychy. Altrettanto rilevante la scelta di Melfi per la Compass destinata al Vecchio Continente, dove il marchio Jeep sta ottenendo risultati eccellenti. E poi, finalmente, ci sono i nuovi modelli: la suv compatta Alfa Romeo (in gergo “Stelvino”), quella media griffata Maserati e i tanti restyling.
 
LA FCA, CHE REALIZZA GRAN PARTE del fatturato (e dei profitti) fuori dai confini italiani, torna dunque a scommettere sul nostro Paese. Che ha bisogno come il pane di fiducia e investimenti, visti il peso del comparto dell’automobile (in termini di posti di lavoro, vendite, gettito fiscale) sull’economia e l’allarme recessione segnalato dal Pil in calo dello 0,7% nel periodo luglio-settembre, dopo 14 trimestri positivi. È troppo chiedere a chi ci governa di tenerne conto, di non ignorare il messaggio?

Guido Costantini



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