09
2018
settembre 2018
Editoriale pubblicato su alVolante di

Il gruppo FCA (e l’Italia) nell’era post-Marchionne

E ADESSO? Ora che Sergio Marchionne non c’è più, viene da chiedersi che direzione prenderà la nostra maggiore industria privata. Salvata sull’orlo della bancarotta da un signore italo-canadese che pochi conoscevano, rilanciata anche con i miliardi ottenuti dalla General Motors (che voleva rompere il patto societario con Torino e pur di divorziare accettò una penale salata) dopo una trattativa lunga e difficile, la Fiat è diventata in questi anni sempre più internazionale. A cominciare dal nome: grazie all’acquisizione della più piccola fra le tre grandi di Detroit (l’altro capolavoro di Marchionne), si è trasformata in FCA, Fiat Chrysler Automobiles. Un gruppo (il settimo al mondo nel settore) da 110 miliardi di fatturato e 3,5 di utile, secondo i dati di bilancio 2017. Qualcosa di molto diverso dall’azienda che nel 2003 perdeva 2 miliardi di euro ed era indebitata per 13,9 miliardi. Oggi, come dichiarava Marchionne all’Investor Day di Balocco il 1° giugno scorso, i debiti della FCA sono di fatto azzerati.

 

IN QUELL’OCCASIONE il manager carismatico e spiazzante, nelle battute come nelle decisioni, annunciava investimenti miliardari nell’auto elettrica e ibrida. Un’inversione “a U” di rilievo strategico che fa nascere alcune domande, ora da girare inevitabilmente a Mike Manley, il nuovo capo voluto da John Elkann per i brillanti risultati ottenuti alla Jeep. Nonostante alcuni modelli (Fiat 500e e Chrysler Pacifica) e le esperienze della Ferrari soprattutto in F1, non è un mistero che la FCA sia in ritardo nell’elettrico e nell’ibrido. Forte nel diesel (motore sotto attacco per ragioni ambientali), avrà bisogno di un partner per i modelli elettrificati? E, in caso affermativo, ci si limiterà a una collaborazione industriale o, come dicono i rumors, l’accordo potrebbe allargarsi a nuovi assetti azionari? Qui solo Elkann potrebbe dare risposta.

 

GLI ALTRI INTERROGATIVI riguardano le fabbriche: dove verranno costruite queste vetture? Nei cinque stabilimenti (tutti ad alto potenziale) ancora operativi in Italia? In altre parole, quale sarà l’interesse reale verso il nostro paese da parte di un gruppo che, proprio per la sua dimensione globale, sembra guardare più a Detroit (dove si fa il business) che a Torino? E che destino avrà la Fiat, intesa come brand automobilistico? Qualcuno, all’Investor Day, aveva chiesto se avesse ancora senso la lettera “F” nel marchio FCA...

Guido Costantini

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