ERANO TRE ITALIE DIVERSE quelle che alla fine di aprile hanno fatto parlare il mondo dell’automobile. Lascia l’amaro in bocca l’acquisto del marchio De Tomaso da parte della cinese Ideal Team Venture, per poco più di un milione di euro. Della piccola ma prestigiosa casa automobilistica, cui si devono alcune tra le supercar più interessanti degli anni 70 (come la Pantera), era rimasto solo il nome. Posta in liquidazione nel 2004, dopo la morte del fondatore (l’ex pilota italo-argentino Alejandro De Tomaso), era stata rilevata nel 2009 da Gian Mario Rossignolo. L’intenzione era quella di produrre modelli di lusso nella fabbrica ex Pininfarina di Grugliasco, ma la crisi degli anni successivi ha affossato il progetto, lasciando sul campo 900 licenziamenti e lo strascico di un’inchiesta per truffa (tuttora in corso).
PROPRIO SULLA PININFARINA ha posto gli occhi il gruppo indiano Mahindra, che, mentre scriviamo questo editoriale, ne sta discutendo l’acquisto. Quella che è stata a lungo la griffe di maggiore prestigio nel car design ha alle spalle un decennio difficile, segnato dalla scomparsa, nel 2008, di Andrea Pininfarina. Il secondogenito di Sergio, e nipote del fondatore Battista “Pinin”, sarebbe stato probabilmente il solo in grado di traghettare la storica carrozzeria torinese in anni di complesso (e veloce) cambiamento come questi. L’azienda che ha “vestito” centinaia di modelli per i più importanti costruttori (Alfa Romeo, Fiat, Lancia, Ferrari, ma anche Peugeot e General Motors, tra gli altri) ha chiuso diversi bilanci in rosso ed è in mano a 13 banche creditrici. L’interesse del colosso indiano, che vuole farne il crocevia delle proprie attività europee, darebbe un futuro all’azienda e ai suoi lavoratori. Ma ci ricorda una volta di più quali siano, oggi, i paesi emergenti, con i loro enormi mercati dominati da aziende forti e con strategie aggressive.
NELLO STESSO MOMENTO, nello stato di Pernambuco, in Brasile, veniva inagurata la più grande fabbrica del gruppo Fiat-Chrysler, tra le maggiori al mondo. Costato 2,2 miliardi di euro in investimenti e capace di produrre 250.000 automobili l’anno, il secondo impianto brasiliano della FCA (l’altro sorge a Betim) è per ora dedicato alle Jeep. Avrà un ruolo chiave nella battaglia per la leadership in Sudamerica che impegna la multinazionale guidata da Sergio Marchionne. Della quale, nonostante la sede legale in Olanda e tutto il resto, in questo momento ci piace ricordare (chissà come mai...) le radici italiane.
Guido Costantini



