05
2015
maggio 2015
Editoriale pubblicato su alVolante di

Pirelli ai cinesi. Ma cuore e testa resteranno italiani?

I NUOVI PADRONI DELLA PIRELLI hanno l’approccio rassicurante di chi sa di avere già vinto la partita. Hanno messo sul piatto 7,1 miliardi di euro per rilevare, con un’offerta pubblica d’acquisto, la maggioranza della multinazionale dei pneumatici, ma non vogliono strafare. Giurano che la Pirelli resterà italiana, spiegano che il loro è solo un investimento, preferiscono non parlare di acquisizione. Del resto, il contratto prevede che “cuore e testa”, come ha detto Marco Tronchetti Provera, rimangano qui, perché per spostare all’estero la sede legale, il quartier generale e i centri di ricerca servirà il 90% delle azioni. Lo stesso Tronchetti, che conserverà la guida della Pirelli per altri cinque anni, potrà scegliere il suo successore.

IN REALTA' SALVO (IMPROBABILI) RILANCI i da parte di qualche altro superinvestitore, nei prossimi mesi la Bicocca sarà targata ChemChina, il colosso cinese della chimica. Un’azienda di stato, guidata da un manager iscritto al partito comunista. Qualcuno parla di nazionalizzazione. Altri sottolineano il progressivo indebolimento del capitalismo italiano, l’assenza di una seria politica industriale del governo, i tanti vincoli che, nel Vecchio Continente, limitano gli investimenti di banche e assicurazioni. Diciamolo: quando ci si confronta con un paese nel quale i milionari (in euro) sono pari all’incirca agli abitanti di Roma, e che alle nostre imprese spalanca le porte di un mercato immenso e dalle enormi potenzialità, non c’è storia.

IN CINA NEI PROSSIMI NOVE ANNI, si passerà dalle attuali 107 automobili per 1000 abitanti a 252. E i cinesi, oltre a essere tanti, hanno sempre più voglia di prodotti di qualità. Per la Pirelli (che oggi è solo il quinto produttore mondiale di pneumatici, ma si distingue nelle gomme di fascia premium) è un’occasione d’oro poter contare, in questo contesto, sul supporto di un azionista di controllo cinese. Se quest’ultimo manterrà la promessa di salvaguardare l’identità culturale italiana (e l’occupazione nelle nostre fabbriche, ci permettiamo di aggiungere), che fa della Pirelli qualcosa di unico ed è tanta parte del suo valore, dall’operazione ci avremo guadagnato tutti. Anche se, “ragionando” più con il cuore che con la testa, avremmo preferito un esito diverso all’avventura industriale iniziata nella Milano del 1872. Viceversa, sarà solo un altro pezzo d’Italia che se ne va.

Guido Costantini
 

 



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