Un mese fa la Corte dei Conti aveva bocciato il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, approvato la scorsa estate dal Cipess. La Corte non si occupa della convenienza politica dell’opera, ma valuta la conformità alla legge della delibera sul progetto, in modo da garantire che l’azione del governo rispetti le norme vigenti e che le risorse pubbliche vengano distribuite correttamente e in modo equilibrato.
A distanza di poche settimane, arrivano ora le motivazioni che hanno portato alla bocciatura da parte dell’organo di controllo della contabilità pubblica. Sono tre le violazioni gravi e decisive che hanno portato al rigetto del progetto, non riconducibili a semplici errori formali o cavilli burocratici.

La prima e principale riguarda la tutela ambientale: l’opera interessa tre aree della Rete Natura 2000 e aveva già ricevuto un parere negativo dal ministero dell’Ambiente. Il governo aveva tentato di superare l’ostacolo ricorrendo alla deroga prevista dalla Direttiva Habitat, invocando “motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”.
Secondo la Corte, però, la deroga è illegittima sia sul piano formale - la relazione era priva di data, firma e responsabilità - sia sul piano sostanziale, perché non è stata dimostrata l’assenza di alternative meno impattanti. Inoltre, le motivazioni economiche addotte non sono considerate valide dalla direttiva, che consente deroghe solo per ragioni di salute o sicurezza. Anche la Commissione Europea aveva espresso preoccupazioni e richiesto chiarimenti.
Il secondo rilievo della Corte dei Conti riguarda la violazione delle norme sugli appalti pubblici. I giudici considerano illegittimo che il governo abbia riattivato il vecchio contratto del 2006 con il consorzio Eurolink (guidato da Webuild) senza indire una nuova gara, nonostante siano intervenute modifiche sostanziali. Secondo la direttiva europea sugli appalti, infatti, quando un contratto cambia in modo da alterarne l’equilibrio economico o introdurre condizioni più vantaggiose rispetto alla gara originaria è obbligatorio procedere a un nuovo bando.
Per la Corte, questo è proprio il caso: allora era previsto che il 60% dei finanziamenti venisse da privati, mentre oggi l’intero costo ricadrebbe sullo Stato. Il ministero delle Infrastrutture sostiene che l’aumento dei costi resti sotto il limite del 50% consentito per evitare una nuova gara, ma la Corte afferma che mancano documenti che lo dimostrino e che non è nemmeno possibile verificare la soglia, perché i costi totali dell’opera sono ancora incerti e la stima di 13,5 miliardi è solo provvisoria.

La terza violazione rilevata dalla Corte dei Conti riguarda l’esclusione dell’Autorità di regolazione dei trasporti (ART), che avrebbe dovuto valutare il piano economico-finanziario dell’opera e il sistema dei pedaggi. Il governo e la Società Stretto di Messina sostenevano che il ponte non fosse un’autostrada e che i pedaggi non servissero a finanziare i costi, ma solo a gestire il traffico, rendendo superfluo l’intervento dell’ART.
La Corte ha giudicato questa interpretazione errata: l’ART è competente su tutte le infrastrutture soggette a pedaggio, qualunque sia la classificazione. Inoltre, la definizione del ponte come “strada extraurbana B” è stata ritenuta approssimativa, mentre in passato l’opera era stata già qualificata come autostrada, anche per il calcolo dei costi di manutenzione. L’esclusione dell’ART ha comportato un ulteriore problema: il piano tariffario è stato elaborato da una società privata scelta dal costruttore, senza il controllo di un’autorità indipendente.
Oltre ai tre motivi principali della bocciatura, la Corte dei conti ha segnalato ulteriori criticità che evidenziano una gestione amministrativa disordinata e poco rigorosa. La documentazione inviata dal governo e dalla Società Stretto di Messina non era composta dai fascicoli ufficiali richiesti, ma da un link a un archivio digitale privato, inizialmente incompleto e privo delle garanzie di affidabilità necessarie. Nell’archivio erano presenti più versioni degli stessi documenti, senza indicazione di quella valida, costringendo la Corte a verifiche aggiuntive per assicurare autenticità e integrità dei file.
Un’altra irregolarità riguarda l’assenza del parere aggiornato del Consiglio superiore dei lavori pubblici, previsto da un precedente parere del 1997. Il ministero aveva ritenuto non necessario il coinvolgimento per accelerare l’iter, ma la Corte contesta questa scelta, ricordando che le modifiche apportate nel tempo al progetto rendevano indispensabile un nuovo esame tecnico. Nel complesso, i giudici affermano che la fretta del governo ha prodotto forzature, omissioni e scarsa cura nella gestione degli atti, in contrasto con i principi di trasparenza e correttezza procedurale, particolarmente cruciali per un’opera di tali dimensioni e complessità.

La decisione della Corte dei Conti non blocca definitivamente il ponte sullo Stretto: il governo può comunque superarla tramite una delibera del Consiglio dei ministri che dichiari l’opera di interesse pubblico superiore. In tal caso la Corte sarebbe obbligata a registrare l’atto “con riserva”, permettendo ai lavori di proseguire ma segnalando al Parlamento le criticità. Per ora, però, il governo non sembra intenzionato a forzare la mano.
In una nota del 27 ottobre ha annunciato che analizzerà attentamente le motivazioni della Corte, ritenendo che i rilievi possano essere chiariti in un confronto costruttivo. Resta da capire come l’esecutivo interverrà: i problemi sollevati dai giudici non sono meri dettagli formali e richiederanno interventi puntuali per garantire che eventuali sviluppi del progetto avvengano nel pieno rispetto delle norme italiane ed europee.



















































































































