MILANO SÌ, NEW YORK VALUTA - Italia batte Stati Uniti 7 a 1: non è un risultato sportivo ma la semplice proporzione tra il volume d'affari relativo al titolo
Fiat Chrysler Automobiles negoziato alla
Borsa di Milano e a quella di New York a partire dal 13 ottobre scorso (giorno del debutto, al quale si riferiscono
le foto), quando cioè Fiat Chrysler si è affacciata oltreoceano con la nuova identità. Senza pretesa di scientificità, i volumi parlano di poco meno di 19 milioni di azioni negoziate quotidianamente in Italia e di 2,5 negli Stati Uniti.
CARTINA AL TORNASOLE - Gli analisti reputano la cosa normale: in effetti, a Milano quello Fiat è da sempre uno dei titoli trainanti, mentre a New York - ove anche si enfatizzasse il lato a stelle e strisce di Chrysler - è una società esordiente. Per Marchionne (al centro nella foto) e soci, insomma, il 13 ottobre è stato il debutto in società: gli investitori vanno conquistati, e già il prossimo 29 ottobre a Londra, quando è prevista la prima assemblea degli azionisti FCA, sarà una buona cartina al tornasole.
MARCHIONNE: EQUITY? NO GRAZIE - L'attuale esigenza della FCA consiste nel mettere in piedi un programma di investimenti pari a 48 miliardi di euro fino al 2018: serviranno per espandere il marchio Jeep ed esportare a livello mondiale Alfa Romeo e Maserati, evidentemente dopo avere ristrutturato e/o rimpinguato la gamma ove ritenuto necessario. L'obiettivo dichiarato è quello di raggiungere per quella data un reddito netto di 5 miliardi di euro. Marchionne è tranquillo sul ricorso al capitale di terzi per finanziare l'operazione: “Tecnicamente non ne abbiamo bisogno, ha dichiarato l'ad di FCA a Bloomberg il giorno del debutto a Wall Street, al limite potremmo ricercare capitali terzi in chiave difensiva, se vi fosse un rallentamento nel settore o per qualsiasi altro motivo che richieda di essere protetti”. Attualmente FCA può mettere sul piatto 89 milioni di azioni per gli investitori, comprese le azioni proprie e quelle Fiat oggetto di recesso da parte dei soci in fase di fusione. I mercati sembrano dare credito alla posizione di FCA e di Sergio Marchionne: solo gli analisti più scettici parlano di un ricorso al capitale di terzi necessario fino al 2016, per poi presentare in tale data un piano operativo figlio di una gamma riveduta e corretta sui marchi in portafoglio.
INVESTE SU SE STESSO - A riprova della fiducia riposta nell'affaire-FCA, Marchionne ha deciso di investire... su se stesso, in fin dei conti, acquistando per conto proprio 335.745 azioni ordinarie, al valore di 7,727 euro (lo stesso valore di carico stabilito per il recesso): il controvalore è di qualcosa come 2,6 milioni di euro. Nel portafoglio del manager italo-canadese figurano ora 6,8 milioni di azioni (pari allo 0,42% delle azioni FCA in circolazione al lordo di quelle con diritto di voto): il controvalore oggi supererebbe i 52 milioni di euro. Gli analisti parlano di “gesto simbolico”, di fiducia nei confronti del Gruppo: i suoi detrattori vedono la reazione a propositi sin troppo ambiziosi (arrivare a 7 milioni di veicoli entro il 2018 a fronte dei 4,4 prodotti lo scorso anno). La prossima mossa è triplice, ed è un incrocio tra strategie di medio termine dichiarate, risposta del mercato e fiducia degli investitori.