PALLA AL CENTRO - “Noi non firmeremo mai l’esisto di un referendum che non è stato libero, che si è svolto sotto il ricatto di perdere il lavoro, ma giudichiamo intelligente la scelta di quei lavoratori che hanno deciso di rifiutare il ricatto”. Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini commenta così l’esito della consultazione tra i lavoratori delle ex Carrozzerie Bertone, che hanno approvato a stragrande maggioranza il piano industriale della Fiat. Parole che sollevano un problema, quelle pronunciate dal numero uno dei metalmeccanici della Cgil nel corso di un’intervista concessa al quotidiano la Repubblica. In una nota diramata “a caldo”, poco dopo l’annuncio dell’esito della consultazione, la casa di Torino, pur apprezzando “il grande senso di responsabilità dimostrato dai dipendenti dello stabilimento”, precisa: “Si attende ora la disponibilità delle organizzazioni sindacali a formalizzare la proposta aziendale”. Insomma, si legge ancora nel comunicato del Lingotto, “si provvederà a dare il via libera al piano di investimenti” soltanto “in presenza della firma dell’accordo”. Una firma che la Fiom, le cui Rsu hanno dato indicazioni di voto per il sì, non intende apporre. Su quest’ultimo punto, Landini è stato netto: se l’azienda pone la questione su questo piano, vorrebbe dire che cerca un pretesto per non fare comunque l’investimento.
DUBBI SUL PIANO INDUSTRIALE - Insomma, la palla è ancora al centro e la partita tra azienda e tute blu è tutta da giocare. Inoltre, i dubbi da chiarire sono ancora molti. Molti osservatori giudicano infatti irrealistico l’obiettivo di arrivare a ben 50.000 vetture l’anno con un investimento di “soli” 550 milioni di euro. In definitiva, si tratta pur sempre di produrre, a partire dalla fine del 2012, un nuovo modello di Maserati del segmento “E”. Lo stesso, per intenderci, di Cadillac CTS e Jaguar XF.
REFERNDUM “BULGARO” - Detto questo, il risultato della consultazione tra i lavoratori della ex Bertone, oggi Officine Automobilistiche Grugliasco, non ha colto nessuno di sorpresa: si prevedeva un plebiscito a favore del piano di investimenti presentato dalla Fiat e così è stato; anche perché, in caso di bocciatura, addio posti di lavoro. Dei 1.011 dipendenti che hanno votato, ovvero quasi il 93% degli aventi diritto, i sì al piano dell’amministratore delegato Sergio Marchionne sono stati ben 886. Quel che si dice nna percentuale bulgara: 88,8%. Un esito scontato. A differenza di quanto accaduto a Mirafiori all’inizio dell’anno, questa volta anche i rappresentanti sindacali della Fiom, che rappresentano il 65% circa dei lavoratori della ex Bertone, avevano dato indicazione di voto favorevole a un accordo che, in cambio della ripresa della produzione in uno stabilimento dove vige la cassa integrazione dal 2005, cancella il contratto collettivo nazionale di lavoro e lo sostituisce con lo stesso accordo peggiorativo che stato approvato negli stabilimenti di Pomigliano d’Arco e Mirafiori dopo mille polemiche.
SODDISFATTI GLI ALTRI SINDACATI - Forte apprezzamento per l’esito del referendum arriva dagli altri principali sindacati, che fin dall’inizio sono apertamente schierati per il sì all’accordo. “I lavoratori hanno dimostrato nei fatti di essere più responsabili del gruppo dirigente nazionale della Fiom”, ha detto Raffaele Bonanni, segretario della Cisl. “Non so se siamo in presenza di un ravvedimento, però il risultato della consultazione dimostra chiaramente che la Fiom ha imboccato una strada che la porta a separarsi dal mondo”, ha rincarato la dose Luigi Angeletti, numero uno della Uil. “Gli stessi rappresentanti del sindacato che si è opposto all'intesa hanno sentito il peso delle responsabilità e hanno dovuto implicitamente ammettere che non si poteva perdere un’occasione così importante”, ha sottolineato Antonio D’Anolfo, segretario nazionale dell’Ugl Metalmeccanici. Sulla stessa lunghezza d’onda il vertice di Confindustria: “Si è trattata di una scelta difficile ma necessaria, certi livelli di bassa produttività non erano sostenibili”, ha dichiarato il presidente degli industriali Emma Marcegaglia, secondo cui “bisogna fare contratti nazionali più flessibili”.




