NEWS

Lotus e Proton: i piani d'espansione in Cina

20 aprile 2015

Siglata una joint venture tra i malesi che costituiscono la proprietà e la cinese Goldstar: previsto un investimento di 1,5 miliardi di euro in 15 anni.

Lotus e Proton: i piani d'espansione in Cina
ACCORDO PER 15 ANNI - Il gruppo malese DRB-Hicom, proprietario della Proton (che a sua volta possiede la Lotus dal 1996) ha siglato una joint venture con la cinese Goldstar Heavy Industrial, che ha base nel Fujian, nel sud-est della Cina. Stando alla DRB-Hircom, l'accordo prevede la produzione di veicoli e componenti; l'investimento previsto è di 10 miliardi di yuan (al cambio, circa 1,5 miliardi di euro) da spalmare su un arco di 15 anni, e la produzione dei primi mezzi è prevista entro 24 mesi - il tempo di approntare tecnologie comuni. L'accordo fa parte del piano di ristrutturazione voluto dalla DRB-Hicom, a sua volta controllata dal  tycoon malese Syed Mokhtar Al-Bukhary: produrre in Cina significa evitare il dazio d'importazione del 25%, conseguendo un rilevante vantaggio competitivo. Il capitale necessario sarà dichiaratamente raccolto tramite l'emissione di obbligazioni e il ricorso al prestito bancario. 
 
L'AMORE LITIGARELLO - Anche se il mercato cinese dell'auto non è più in crescita esponenziale, continua a espandersi - e l'accresciuto benessere non può che favorire un marchio di nicchia come la Lotus. Tuttavia, i modelli-chiave quali Evora, Exige (foto sopra) ed Elise continueranno a essere prodotti, almeno inizialmente, a Hethel, in Inghilterra. Ma non è difficile ipotizzare che la suv, annunciata dalla stessa Lotus come come suo prossimo modello, possa essere costruita anche in Cina. Va infine notato come già in passato (sotto un'altra gestione, nel 2002) la Proton abbia siglato una joint venture con la Goldstar: non andò benissimo, visto che l'azienda cinese non riuscì a ottenere i permessi per costruire le auto e la Proton si rivolse a un altro partner. La Goldstar citò in giudizio la Proton, e la corte di Dongguan rimise la decisione a un arbitrato tenutosi a Singapore. La decisione fu favorevole alla Proton: la richiesta di circa 150 milioni di euro avanzata dalla Goldstar fu respinta, e ai cinesi toccò pagare le relative spese processuali e di arbitrato.
Aggiungi un commento