Alessandro Zanardi si è spento oggi all’età di 59 anni, lasciando un vuoto non solo nel paddock, ma nel cuore di chiunque veda nello sport un’estensione dell'anima umana. La notizia, giunta stamane attraverso un comunicato della famiglia, segna l'epilogo di una resistenza durata quasi sei anni, da quel tragico 19 giugno 2020 quando, sulle colline di Pienza, la sua handbike si scontrò con un mezzo pesante. Da allora, Alex ha lottato con la stessa discrezione e determinazione con cui affrontava le varianti dei circuiti americani, lontano dai riflettori ma sempre presente nell'affetto collettivo.
Per chi ama i motori, Zanardi non è stato solo un pilota; è stato un'icona di stile di guida e di vita. Dopo gli esordi in Formula 1 con Jordan, Minardi e Lotus, è oltreoceano che Alex ha trovato la sua consacrazione. Negli anni d'oro della serie CART, ha dominato con sorpassi impossibili - come la leggendaria manovra al "Cavatappi" di Laguna Seca nel 1996 - portando a casa due titoli consecutivi (1997-1998) e il soprannome di "The King of Donuts".

Il destino ha messo alla prova Zanardi il 15 settembre 2001, sul circuito tedesco del Lausitzring. Un incidente devastante gli portò via le gambe, ma non la fame di vita. Dove altri avrebbero visto un traguardo finale, Alex ha visto una nuova griglia di partenza. È tornato a correre su auto modificate, ha vinto nel Mondiale Turismo (WTCC) con BMW e ha poi scoperto la passione per il paraciclismo, diventando il simbolo globale del movimento paralimpico con quattro ori olimpici tra Londra e Rio.
Oggi lo ricordiamo come il pilota che sorrideva sempre, ma per gli appassionati di motorsport, Zanardi resta colui che ha dimostrato che il limite è solo una convenzione. La sua scomparsa chiude un capitolo, ma il suo esempio rimarrà indelebile. In pista, come nella vita, Alex ha sempre saputo quando era il momento di spingere e quando di rientrare ai box. Oggi è rientrato per l'ultima volta, ma la sua corsa, nei ricordi della gente, non finirà mai.



























