AVEVA 26 ANNI - È morto a Nizza nella notte di venerdì Jules Bianchi, venticinquenne pilota transalpino di chiare origini italiane: per la statistica, è la prima vittima della
Formula 1 dopo più di 20 anni, vale a dire da quando perse la vita Ayrton Senna a Imola il 1 maggio 1994. Bianchi, coinvolto in un terribile incidente il 5 ottobre 2014 durante il Gran Premio del Giappone, era in coma da nove mesi: in orbita-Ferrari, era stimato per le proprie qualità di guida e sembrava avere davanti a sé un brillante futuro.
NIZZARDO - Bianchi è spirato a pochi giorni dal compimento del ventiseiesimo anno d’età: era nato a Nizza il 3 agosto 1989, ultimo rampollo di una famiglia tradizionalmente votata agli sport motoristici. Lo zio Lucien Bianchi, nato a Milano come Luciano Bianchi, perse la vita a Le Mans nel 1969 al volante di un’Alfa Romeo, dopo avere ottenuto uno splendido terzo posto a Montecarlo in Formula 1 l’anno precedente alla guida di una Cooper. Anche il nipote Jules proprio a Monaco ha siglato gli unici due punti della propria breve carriera nella massima formula, giungendo nono sulla Marussia nel 2014.
INTERROGATIVI MAI RISOLTI - Dopo lo schianto in Giappone, avvenuto in circostanze mai chiarite (la monoposto di Bianchi andò a impattare contro un muletto che stava rimuovendo la monoposto di Adrian Sutil dopo un’uscita di strada) la famiglia riuscì a trasferire Jules Bianchi dall’ospedale di Yollaichi alla clinica universitaria di Nizza. A poche settimane dall’incidente, per il quale fu indetta una commissione d’inchiesta che ha portato a un nulla di fatto - suscitando più di una polemica per il proprio operato, la famiglia Bianchi ha iniziato una chiusura totale nei confronti del mondo esterno, lasciando al padre Philippe il compito di portavoce. Ad aprile, al Nice-Matin, Philippe Bianchi si era dichiarato pessimista per le condizioni del figlio, che nel frattempo riusciva a respirare autonomamente ma che non dava segni di ripresa dopo i gravissimi danni neurologici subiti nell’impatto.
UN DOLORE COMPOSTO E PROFONDO - L’ultima intervista, quasi profetica, risale alla scorsa settimana a mezzo di France Info: “In generale, ci si attendevano progressi nei primi sei mesi, e dopo nove Jules non si è mai risvegliato né ha fatto progressi significativi. Il tempo passa e questo mi rende meno ottimista di quello che avrei potuto essere due o tre mesi dopo l’incidente”. Alle 2:45 di sabato 18 luglio, Jules Bianchi ha finito di lottare. “Jules si è battuto fino alla fine, come ha sempre fatto, ma ieri la sua battaglia ha avuto termine”, le parole affidate ai social media oggi. In una riga o poco più per un dolore terribile, figlio della compostezza e di un interrogativo che i vertici della FIA mai hanno voluto realmente risolvere: perché?