CAMBIAMENTI - Con l’ingaggio da parte della
Manor di due tecnici quali Nick Tombazis e Pat Fry e di un pilota senza valigia ma con talento (e il marchio Mercedes alle spalle) come Pascal Werhlein è difficile, ormai, chiamare Cenerentola l’ultima classificata tra le scuderie di
Formula 1: dopo cinque anni di retrovie, infatti, per la Manor sembra arrivato il tempo del salto di qualità. Il motivo è chiaro: una presenza, sempre più evidente ma anche altrettanto discreta, della Mercedes nella scuderia di proprietà del britannico Stephen Fitzpatrick (quest’ultimo intervenuto lo scorso anno con 30 milioni di sterline di capitale personale acquistando il team e salvandolo, di fatto, dalla bancarotta).
STORIA TRAVAGLIATA - Fin qui, nulla di nuovo: la storia della Manor è quella di tante piccole squadre che si sono affacciate in Formula 1 con tanto entusiasmo, pochi mezzi e altrettanto poche prospettive: fondata nel 2010 da John Booth (che aveva un proprio team di F3 Euro Series: nel corso degli anni, per lui hanno corso in Formula Renault piloti del calibro di Raikkonen ed Hamilton) e Nick Wirth (progettista cresciuto alla scuola di Adrian Newey, già fondatore della Simtek e in seguito autore di varie Benetton a fine anni Novanta), ha vissuto più alla ricerca di sponsor che di competitività. Tra i finanziatori, prima la casa discografica Virgin e, in seguito, la casa automobilistica Marussia (la prima in Russia a realizzare auto sportive, pur se in piccoli numeri). In ambo i casi, sono bastati a stento a sopravvivere.
L’ANNO DELLA SVOLTA - Nel 2014 la Manor-Marussia, che si avvaleva delle strutture tecniche della McLaren (banco prova e galleria del vento) ha alzato bandiera bianca con il fallimento della Marussia: eppure, il nono posto del compianto Jules Bianchi a Montecarlo - a oggi gli unici punti siglati dalla squadra nel Mondiale - ha permesso di correre l’anno successivo, visto che hanno fruttato una quarantina di milioni di euro alle esangui casse del team. Il 2015 è stato affrontato con una monoposto dell’anno precedente, con power unit Ferrari non aggiornata e Roberto Merhi che si è alternato come seconda guida assieme ad Alexander Rossi: prima guida, il pagante Will Stevens che ha disputato tutto il campionato. Il miglior risultato? Un dodicesimo posto di Rossi in America e di Merhi a Silverstone.
MERCEDES IN CAMPO - La musica sembra cambiata quest’anno: la power unit proviene dalla Mercedes; cambio e sospensioni da parte della Williams (che non a caso è motorizzata Mercedes); il carburante sarà Petronas, fornitore delle due scuderie di punta di cui sopra. L’interesse della Mercedes anche quest’anno ai nastri di partenza da favorita, è chiaro: l’evoluzione delle scuderie va verso la creazione di junior team (il caso della Red Bull con la Toro Rosso sembra avere segnato la strada) in cui valorizzare, direttamente in Formula 1, piloti “allevati in casa”. Pascal Wehrlein, lo scorso anno campione in DTM con la Mercedes, è il classico esempio: con una fornitura di motori in meno (la Lotus, quest’anno, è diventata Renault e correrà ovviamente con power unit francesi), Toto Wolff ha lasciato intendere che - a fronte di uno sconto sulla fornitura - alla Manor è stato parcheggiato un pilota di possibile avvenire. Senza dimenticare, infine, il ruolo di Tombazis e Fry: epurati entrambi da Sergio Marchionne per i deludenti risultati della Ferrari dal 2011 al 2014, alla Manor (specie l’aerodinamico Tombazis) possono avere carta bianca o quasi. Insomma, il progetto-Manor appare in crescita, con l’ombra della Mercedes alle spalle. Ma senza perdere le antiche abitudini, tipiche di un piccolo team, di fare quadrare il bilancio affittando il secondo seggiolino: se l’è aggiudicato l’indonesiano Rio Haryanto, pilota di belle speranze (lo scorso anno ha vintro tre volte in GP2) supportato da un budget complessivo prossimo ai 12 milioni di dollari.