Il 28 febbraio 2026 gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno innescato una crisi con ricadute immediate sull’economia globale. Dovute soprattutto alla chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz, il tratto di mare tra l’Iran e la penisola arabica dal quale transita circa il 20% del petrolio mondiale e l’11% delle merci che viaggiano per mare. Le tensioni nell’area hanno portato il prezzo del Brent a toccare un picco di 120 dollari al barile e obbligato numerose navi cargo a deviare su rotte molto più lunghe, passando per il Capo di Buona Speranza e allungando i tempi di navigazione di 10-14 giorni.
Per l’industria automobilistica globale, la guerra in Medio Oriente si è tradotta con un aumento dei costi energetici incide sui processi produttivi, altamente energivori, e si riflette anche sui materiali utilizzati per le vetture: acciaio, alluminio, plastiche e gomma. Allo stesso tempo le difficoltà logistiche rallentano l’arrivo di componenti e materie prime, con possibili effetti sulle linee di produzione. In questo contesto, l’impatto varia notevolmente da costruttore a costruttore, a seconda della presenza commerciale nel Medio Oriente, della struttura della catena di approvvigionamento e del mix tecnologico dei modelli.
Il gruppo giapponese è considerato tra i costruttori più esposti alla crisi, considerando che il Medio Oriente rappresenta un mercato rilevante per Toyota e la regione è anche fortemente legata alle rotte energetiche che attraversano lo Stretto di Hormuz. Il blocco del traffico marittimo e le difficoltà logistiche hanno già portato a una riduzione temporanea dei programmi produttivi destinati alla regione: a causa dei ritardi marittimi, la casa ha già cancellato circa 40.000 veicoli dai programmi di produzione di marzo e aprile. L’azienda può però contare su una forte presenza globale e su una gamma ampia di modelli ibridi, una tecnologia che potrebbe beneficiare indirettamente dell’aumento dei prezzi dei carburanti.
È più contenuta l’esposizione diretta al conflitto per il Gruppo Volkswagen, che in Medio Oriente vende solo una quota limitata del totale. Potrebbero risentirne soprattutto i brand premium, Audi e Porsche su tutte. Un calo della domanda locale è atteso, ma l’impatto sui volumi globali del gruppo rimane contenuto, grazie a una rete commerciale e produttiva diversificata tra Europa, Cina e America del Nord. Sul versante della fornitura, lo stabilimento tedesco deve fare i conti con possibili ritardi nelle leghe leggere trasportate via mare. Di contro, la crescente gamma di veicoli elettrici del gruppo, in particolare la serie ID, potrebbe beneficiare indirettamente di un contesto di carburante costoso.
La situazione è più delicata per Stellantis, che negli ultimi anni ha sviluppato una presenza significativa in Medio Oriente e Africa, regioni che hanno contribuito in modo rilevante alla redditività del gruppo (nel 2025 il fatturato della zona è stato di 9,7 miliardi, con margini intorno al 14%). L’attuale contesto mette sotto pressione sia la domanda locale sia i margini operativi, a causa dell’aumento dei costi energetici e logistici. Inoltre, una parte importante dell’offerta del gruppo continua a essere rappresentata da modelli con motori di grande cilindrata, particolarmente sensibili alle oscillazioni del prezzo del carburante. La flessibilità produttiva degli stabilimenti europei e nordamericani, insieme alle piattaforme BEV già in sviluppo per marchi come Jeep e Ram, rappresentano strumenti di risposta a disposizione del management, ma richiedono tempi di attuazione non immediati.
Le coreane Hyundai e Kia presentano una doppia vulnerabilità: da un lato la forte dipendenza energetica della Corea del Sud, che importa circa il 70% del petrolio attraverso rotte che attraversano il Golfo; dall’altro un’esposizione commerciale diretta alla regione, con circa il 15% dei volumi globali destinati al Medio Oriente. Il gruppo stava inoltre lavorando all’apertura di uno stabilimento di assemblaggio in Arabia Saudita, un progetto che la crisi rischia di ritardare ulteriormente. Paradossalmente, la gamma elettrica e ibrida competitiva che Hyundai e Kia hanno sviluppato negli ultimi anni potrebbe giocare in loro favore nel medio periodo, qualora il caro-carburante accelerasse la transizione dei consumatori verso motorizzazioni alternative. Nel breve, però, la pressione sui margini e i rischi di calo delle vendite regionali restano concreti.
Il costruttore americano si trova in una posizione relativamente protetta in quanto i mercati principali della Ford (Stati Uniti, Europa e Cina) non sono direttamente coinvolti nelle interruzioni logistiche del Golfo e la presenza dell’ovale blu in Medio Oriente è limitata. L’impatto maggiore potrebbe arrivare dal lato dei costi energetici e dei materiali, oltre che dalla possibile riduzione della domanda globale di veicoli in caso di rallentamento economico. Ford sta comunque rafforzando l’offerta di modelli elettrici e ibridi, che potrebbero trarre vantaggio da un contesto di carburanti più costosi.
Analogamente alla Ford, la General Motors opera principalmente in mercati lontani dall’epicentro della crisi. Le attività in Nord America, Cina ed Europa risentono marginalmente delle interruzioni nel Golfo, e anche la catena di fornitura è relativamente distante dalle rotte del Golfo Persico. Inoltre, il portafoglio EV in espansione offre una certa protezione rispetto agli shock sui combustibili fossili. L’esposizione alle forniture di semiconduttori, problema strutturale del gruppo già prima del conflitto, rimane irrisolta, ma non è direttamente aggravata dalla crisi iraniana. Un possibile effetto indiretto è legato al deterioramento del contesto macroeconomico globale: inflazione in risalita e costi di finanziamento più alti tendono a comprimere la domanda di veicoli nuovi su tutti i mercati.
I due grandi produttori premium tedeschi condividono una vulnerabilità di grado medio. La facoltosa clientela del Golfo rappresenta una quota rilevante del mercato di riferimento per entrambi i brand e un calo della domanda in quella regione è atteso. Le catene di fornitura, che si estendono tra Europa e Asia, sono esposte ai ritardi logistici ma non in modo critico, almeno nel breve periodo. Sul fronte della transizione elettrica, sia la BMW con la gamma iX sia la Mercedes con la linea EQ hanno investito significativamente e il contesto di carburante costoso può rafforzare l’interesse dei consumatori verso queste proposte. Il rischio principale rimane la contrazione dei volumi di vendita nei mercati colpiti dall’instabilità finanziaria.
La natura stessa della Tesla la rende strutturalmente meno esposta allo shock petrolifero in senso diretto. La produzione è concentrata tra California, Nevada, Texas e Shanghai, lontana dalle rotte critiche del Golfo, e l’assenza totale di motorizzazioni a combustione interna la isola dalla principale variabile di costo del momento. Anzi, in uno scenario di benzina cara, la proposta della casa americana guadagna attrattività relativa. Le aree di attenzione riguardano piuttosto il lato dell’approvvigionamento: litio, nichel e cobalto, materie prime fondamentali per le batterie, vedono aumentare i costi estrattivi con il rialzo dell’energia. A ciò si aggiunge un deterioramento del contesto macroeconomico generale, con tassi di interesse che rendono il credito al consumo più oneroso.
All’interno del gruppo, le due realtà presentano profili di rischio distinti. La Geely, attiva soprattutto in Cina con un forte orientamento all’export verso il Medio Oriente, che assorbe circa il 17% delle esportazioni automotive cinesi, è tra i costruttori più esposti alle perturbazioni delle rotte marittime e al calo della domanda regionale. Al contrario la Volvo, con una base europea e una presenza più limitata nel Golfo, soffre soprattutto dell’incertezza macroeconomica globale e dell’eventuale rallentamento della filiera continentale.
L’Alleanza si trova in una posizione intermedia. La Renault aveva abbandonato il mercato iraniano dopo il 2018, in seguito alle sanzioni internazionali, e non ha quindi esposizione diretta al Paese. La Nissan e la Mitsubishi potrebbero risentire soprattutto delle difficoltà logistiche globali e delle oscillazioni dei costi dei componenti elettronici, elementi che continuano a rappresentare un punto sensibile per l’intero settore. Il principale punto di vulnerabilità rimane la debolezza strutturale del mercato europeo, che erode i margini del gruppo indipendentemente dalla crisi in corso, e la dipendenza dai semiconduttori che caratterizza tutta l’industria.
Per il gruppo indiano Tata Motors il principale fattore di rischio riguarda il costo dell’energia. L’India dipende in misura significativa dalle importazioni di petrolio che transitano proprio attraverso lo Stretto di Hormuz: un aumento prolungato dei prezzi energetici potrebbe incidere sui costi industriali. Jaguar Land Rover, marchio britannico controllato da Tata, guarda invece con attenzione al segmento del lusso globale, dove eventuali rallentamenti nei mercati più ricchi potrebbero riflettersi sulla domanda.










































































































