Andata in pensione la Honda e, la casa giapponese torna nel segmento delle utilitarie elettriche con la Honda N-One e, versione a batteria di una kei car già disponibile sul mercato interno che sarà lanciata in patria in autunno. Diversamente dal veicolo con il tricilindrico di 658 cc, la versione elettrica potrebbe arrivare anche in Europa: infatti era stata anticipata dalla Super EV, una concept car che era stata mostrata in anteprima in occasione del Festival of Speed di Goodwood. È possibile quindi che la Honda sia convinta che questa vettura, sebbene progettata per essere il veicolo elettrico ideale per il mercato giapponese, possa rispondere anche alle esigenze dei clienti europei.

Rispetto alla show car mostrata in Inghilterra, la Honda N-One e ha l’aspetto di una più convenzionale kei car, dalle forme semplici e molto squadrate, per massimizzare lo spazio interno rispetto alle dimensioni esterne. L’assetto è un po’ più alto e non ci sono più i passaruota bombati della Super EV. Gli interni sono essenziali, con la parte superiore della plancia piatta per migliorare la percezione di grandezza dell’auto e aumentare il campo visivo. C’è il cruscotto digitale, mentre quello per il sistema multimediale è disponibile come optional. Nella consolle centrale sono ospitati i comandi per la trasmissione e il “clima”. La Honda dichiara un’autonomia che supera i 270 km nel ciclo di prova WLTC e ha annunciato le funzionalità V2H per alimentare dispositivi casalinghi esterni.

Che la Honda N-One e possa arrivare nel nostro mercato per ora è solamente un’ipotesi. L’idea di importare alcune kei car dal Giappone, naturalmente con le opportune modifiche, o di produrle direttamente dalle case europee non è nuova: Luca de Meo, allora ceo della Renault e presidente dell’Acea (associazione che raggruppa i principali costruttori europei), considerava questa tipologia di veicoli come un modello per rendere la mobilità elettrica più accessibile e sostenibile (qui la notizia). Per l’industria europea, le kei car o i loro equivalenti “occidentali” potrebbero non solo rilanciare la produzione con veicoli competitivi, ma anche contribuire a una mobilità più democratica.

















































































