Glaserati. Non è un lapsus, non è un marchio inventato, ma un gioco di parole noto solo ai più fini intenditori di auto d’epoca. Il soprannome, crasi delle parole Glas e Maserati, è assurto agli onori della cronaca automobilistica con la recente inaugurazione della mostra “Belle Macchine”, che al museo BMW di Monaco racconta in maniera avvincente il ruolo avuto dal design italiano nell’evoluzione di quello della casa tedesca (qui la news).
Uno dei “gioielli” della rassegna è proprio la Glaserati, al secolo BMW-Glas V8 3000 (nelle foto), ultima evoluzione della coupé che il marchio tedesco Glas, acquisito dalla casa bavarese nel 1966 e fallito un paio d’anni dopo, aveva lanciato nel ’65 con un 2.6 da 150 CV ricavato dall’unione di due 1.3 della Glas 1300 GT con motore a quattro cilindri. Ma perché questa elegante due porte è soprannominata Glaserati? La risposta è nella chiara somiglianza del frontale dell’auto con quello della Quattroporte che Pietro Frua, artefice della linea dell’auto, aveva disegnato qualche anno prima per la Maserati.
Lanciata nel 1967, la BMW-Glas V8 3000 avrebbe dovuto far dimenticare in fretta l’insuccesso di un’altra coupé di lusso dal raffinato stile italiano, la 3200 CS disegnata da Giorgetto Giugiaro per la carrozzeria Bertone. Il nuovo motore, che aveva lo stesso numero di pistoni, ma più grandi e in grado di fornire una decina di cavalli in più, mantenne la promessa, “tradita” dalla 2.6, di spingere l’auto sul filo dei 200 orari. E per scattare da 0 a 100 km/h, bastavano nove secondi. Numeri tutt’altro che scontati, all’epoca, persino per vetture di questa categoria.
Tuttavia, la Glaserati non riuscì a intercettare il gusto degli amanti del genere e subì la concorrenza di due agguerrite rivali italiane: la grintosa Alfa Romeo 2600 Sprint (altro capolavoro di un allora giovanissimo Giugiaro) e l’affascinante Lamborghini 400 GT 2+2. La carriera della BMW-Glas V8 3000 terminò in sordina dopo appena un anno e una settantina di esemplari prodotti, decretando la fine del marchio Glas.