Chi ha l’occhio “clinico” e un pizzico di buon gusto in fatto di auto non può non accorgersene: le BMW più belle ed eleganti devono più di qualcosa allo stile italiano. Giovanni Michelotti, Bertone con Giorgetto Giugiaro e Marcello Ganidini, Pietro Frua, Pininfarina, Touring, Vignale: i nomi più celebri del car design di casa nostra fanno rima con vetture che hanno aperto nuovi corsi stilistici e preparato il terreno per successi che proseguono ancora oggi.

Un connubio, intriso di fascino e nostalgia per i tempi in cui le automobili si inventavano con una matita su un foglio di carta, che il museo della casa ha deciso di raccontare con la mostra “Belle Macchine”. Inaugurata il mese scorso, la kermesse si snoda lungo una rampa a spirale in cui, in rigoroso ordine cronologico, scorre la lunga storia di una contaminazione tra due culture automobilistiche assai diverse, quella italiana e quella tedesca, che se da un lato ha dato lustro e prestigio alle carrozzerie e ai designer italiani anche fuori dai confini nazionali, dall’altro ha portato la BMW sui binari giusti per superare la crisi in cui era piombata dopo la seconda guerra mondiale e affermarsi su scala globale.

Prima che i manager tedeschi bussassero alla porta dello studio torinese di Giovanni Michelotti, la BMW erano macchine eleganti, ma non più al passo coi tempi. Poi, alla fine degli anni ’50, arrivò la piccolissima 700 Coupé: la sua rivoluzionaria scocca portante segnò il primo passo verso una modernità che, nel decennio successivo, Michelotti ribadì con i modelli della cosiddetta Neue Klasse, senza i quali, probabilmente, non sarebbe scoccata la scintilla che portò Paul Braq a disegnare le berline della Serie 3 (leggi qui la sua storia) e della Serie 5.

Nella prima BMW Serie 5 (quella siglata E12, nata nel ’72) s’intravede anche la geniale mano di Gandini, che due anni prima, con una concept car dall’eleganza spigolosa e sofisticata chiamata Garmish, aveva tracciato in maniera visionaria il futuro per intere generazioni di quattro porte di lusso. E che dire di Giugiaro? Con la M1, alla fine degli anni ’70, spalancò alla BMW le porte del mondo dorato delle supercar, e la sua 3200 CS, che pur non ebbe il successo che avrebbe meritato, rimane un esempio chiaro e indelebile di eleganza all’italiana. Oggi, di questi capolavori, resta il ricordo, ma anche la consapevolezza che difficilmente, senza il contributo dello stile italiano, a Monaco sarebbero riusciti a imboccare la strada del successo.













