È passato solo un anno da quando la Dreame, colosso cinese nel campo degli aspirapolvere, ha annunciato di volere entrare nell’industria automobilistica. Il progetto sembrava poggiare su basi solide: l’azienda aveva ingaggiato un migliaio tra ingegneri e tecnici e persino individuato un sito produttivo nell’ex Germania Est dove costruire i suoi modelli.
Ora arriva invece la brusca retromarcia: il progetto “Starry Link” (così veniva identificato internamente) chiude le sue attività. La notizia arriva dopo un periodo di licenziamenti costanti che, a partire da maggio, ha ridotto la forza lavoro a poche decine di dipendenti, principalmente con funzioni finanziarie, legali e di risorse umane: spetterà a loro chiudere le operazioni della divisione automobilistica, gestire i debiti accumulati con i fornitori e annullare gli impegni presi con le aziende esterne.

A inizio anno la Dreame aveva anche mostrato al CES di Las Vegas alcune concept car (qui la news), tra cui la Nebula Next 01 (qui sopra), con quattro motori elettrici per un totale di circa 1.900 CV, che sembrava piuttosto vicina alla produzione. Nonostante una scheda tecnica dichiarata di altissimo livello, fonti interne suggeriscono che il progetto non avesse fondamenti solidi. Alcuni ex dipendenti avrebbero rivelato alla testata China Economy che la vettura presentata a gennaio non aveva nemmeno un telaio e venisse spostata con un telecomando: sarebbe addirittura stata acquistata da un’azienda di modellismo di Shanghai.

Secondo alcune testimonianze interne, la logica operativa dell’azienda sarebbe ribaltata rispetto a quella normalmente adottate nel settore: invece di investire in ricerca e sviluppo per creare nuovi prodotti, ai dipendenti veniva richiesto di ottenere finanziamenti prima che venissero assegnati i budget.
Un ex dipendente ha aggiunto che la Dreame proponeva stipendi elevati e titoli manageriali altisonanti per attrarre personale da costruttori affermati, concentrandosi più sulla raccolta di capitali che sulla produzione. La brusca interruzione delle attività sarebbe quindi legata anche a verifiche regolatorie: secondo alcune ricostruzioni, le autorità locali sarebbero intervenute per esaminare l’utilizzo dei fondi ricevuti, limitando la possibilità dell’azienda di impiegare liberamente i contributi pubblici.




























