“Non so se senza William Towns sarei dove sono adesso. Fu lui, davanti al modello in argilla dell’Aston Martin Lagonda che aveva progettato, a consigliarmi di diventare ingegnere prima di studiare car design. Avevo sette-otto anni”. Simon Loasby, designer classe ’67, è nato a Coventry, nel Regno Unito. Ha lavorato in patria per la Rolls-Royce e la Bentley e per la Volkswagen in Germania e in Cina, dove ha vissuto per circa dieci anni. Nel 2017 è arrivato in Hyundai, dove ha guidato il team che ha disegnato la Ioniq 5 e la Ioniq 6. Oggi dirige il centro stile della casa a Seul. Lo abbiamo incontrato a Monaco, a margine della presentazione della concept Hyundai Three.

Da bambino aveva già le idee chiare su quello che avrebbe fatto da grande?
“Non lo so, ma ricordo che quel giorno in Aston Martin fu fantastico. Mio padre, all’epoca, ci lavorava come ingegnere e con mia madre ci portò a visitare l’azienda. Quando vidi il modello della Lagonda (foto sotto), per me fu come una folgorazione e presi sul serio il consiglio dell’ingegnere che aveva tracciato le forme di quell’auto da sogno. Così prima mi sono laureato in ingegneria meccanica e dopo mi sono specializzato in progettazione automobilistica al Royal College of Art di Londra”.

È quando arte e tecnica si fondono insieme che nasce una bella automobile?
“Intendersi di meccanica, per chi disegna automobili, è un bel vantaggio e credo che una comunicazione efficace tra stilisti e tecnici sia fondamentale per la buona riuscita di un progetto. In questo, almeno sulla base della mia esperienza, posso dire che la Hyundai è un passo avanti: al mio arrivo, otto anni fa, la cosa che mi colpì più di tutte, oltre alla rapidità nel prendere decisioni e organizzare il lavoro, fu proprio la qualità dei rapporti tra designer e ingegneri. Una collaborazione così stretta ed efficace, in tanti anni di carriera, non l’avevo mai vista”.

Cosa pensa del design italiano un designer inglese che lavora in Corea del Sud?
“Beh, non tutti forse sanno che il primo designer italiano ad aver lavorato per la Hyundai è stato Giorgetto Giugiaro, negli anni ’70. Le nostre auto di oggi devono molto alla sua Pony Coupé (foto sotto), che resta un caposaldo del nostro stile. Ma non è solo una questione di design: in Italia sono fantastici anche il cibo, l’architettura e tante altre cose. E poi ho un ricordo personale speciale che mi lega al vostro paese”.

Ci racconti.
“Prima della mia iscrizione al Royal College of Art, trascorsi cinque-sei mesi a Torino con Tom Tjaarda, nel suo studio di corso Matteotti. Che giornate meravigliose, con Tom! Ricordo ancora i pomeriggi passati insieme a mangiare panini. Era un tipo estremamente elegante, ma anche molto bizzarro. Spesso scommetteva su quanti cucchiaini di zucchero sarebbero entrati in una tazzina di caffè: non scherzo se dico che ce ne metteva qualcosa come quindici o sedici. Per me, che sognavo di fare il suo mestiere, osservare al tavolo da disegno l’artefice della Fiat 124 Sport Spider e della De Tomaso Pantera è stato un qualcosa di unico e irripetibile. Tom mi ha dato un sacco di consigli utili e mi ha anche aiutato a realizzare il mio portfolio. Quando lo feci vedere al college, mi guardarono con gli occhi sgranati: ‘Cosa? Lo hai fatto con Tom Tjaarda?!’”.

A proposito di insegnamenti: fare un’auto che invecchia bene è una cosa che si può insegnare?
“Diciamo che disegnare una macchina che non invecchia in fretta dovrebbe essere l’obiettivo di ogni bravo designer. Ai miei ragazzi dico sempre: se quello che fate è di moda oggi, allora è già troppo tardi. Dieci anni fa, per la maggior parte della gente, comprare una Hyundai era come comprare una lavatrice. Oggi le cose sono molto diverse. Abbiamo lavorato e continuiamo a lavorare tanto sugli aspetti più emozionali del design, cercando di entrare nella testa delle persone che potrebbero volere le nostre automobili. E, per quanto possa sembrare una cosa banale, le persone non sono tutte uguali”.
Per questo nella gamma della Hyundai ci sono modelli anche molto diversi tra loro?
“In un certo sì e siamo contenti che sia così. Questo non vuol dire che il concetto di family feeling, intenso come definizione di un codice stilistico replicabile per tutte le auto di un marchio, sia sbagliato o non funzioni. Semplicemente penso che non funzioni per noi. Negli ultimi anni il nostro linguaggio è cambiato radicalmente. Vogliamo che le nostre auto si distinguano talvolta anche nettamente tra loro e nonostante, anzi proprio per questo, siano immediatamente riconoscibili come delle Hyundai. È questione di forme, ma non solo: entrano in gioco anche tanti altri aspetti, magari meno attinenti in senso stretto all’architettura automobilistica, ma per noi fondamentali. Penso alle luci a forma di pixel, o allo sfruttamento dello spazio interno, che per noi è importante tanto quanto utilizzare in modo consapevole e creativo i materiali riciclabili”.

Con il suo lavoro di manager, trova ancora il tempo per disegnare?
“Mi piacerebbe avere più tempo per farlo e se non ho un blocchetto di fogli bianchi e una matita a portata di mano mi sento un po’ nudo, ma è giusto così. Il mio compito è coordinare e supervisionare il lavoro dei designer, senza entrare in competizione diretta con loro. Li esorto a osare con la fantasia e a sperimentare, senza porsi dei limiti. A volte succede che guardo una proposta e dico: ‘No!’, ma questo non significa che quell’idea sia da buttare via. Fare qualcosa di nuovo comporta sempre dei rischi, ma non c’è nulla di male. Anzi, è la parte più bella del nostro mestiere”.














