Con l’intelligenza artificiale, ormai, siamo chiamati a fare i conti tutti. Persino chi fa un mestiere creativo in cui, apparentemente, i laboratori di informatica c’entrano poco o nulla. Chiedete a chi per lavoro disegna automobili, se non ci credete. Ma la vera domanda è: un’auto disegnata completamente da un computer può essere più bella di quella disegnata da un professionista del settore con un gusto artistico costruito in anni e anni di studi ed esperienze lavorative?
Sul tema ci sono pareri contrastanti. Simon Loasby (leggi qui la nostra intervista), designer inglese classe ’67 che vive e lavora a Seul, dove dirige il centro stile coreano della Hyundai, si è detto affascinato dalle possibilità offerte dall’intelligenza artificiale, che ha sperimentato in prima persona facendo creare alcune immagini dal famoso strumento di AI Midjourney.

Basta una sequenza di istruzioni precise, e in meno di un minuto un software è in grado di “sputare” fuori un disegno realistico. E che, spesso, risponde in maniera fedele e accattivante ai desideri del committente. L’idea è allettante, per le aziende, perché si risparmia sul tempo e sui costi.
Ma non è tutto oro quel che luccica: per il capo dello stile della Bentley, Robin Page, l’intelligenza artificiale è utile per disegnare particolari come le ruote o gli specchietti, ma quando serve creare qualcosa di nuovo, i computer vanno in crisi.
Sulla stessa lunghezza d’onda Mitja Borkert, numero uno dello stile Lamborghini, che afferma di aver usato l’AI solo dopo un lungo periodo di riluttanza e solo per gioco ed è convinto che la cara, vecchia matita e la fantasia di un cervello umano siano insostituibili, quando si tratta di disegnare qualcosa di diverso da quello che esiste già.
Che l’AI sia poco originale è fuor di dubbio, ma questo non deve sorprendere: i software non fanno altro che setacciare le informazioni disponibili in una banca dati digitale e cercare di metterle insieme in modo da dare una risposta il più coerente possibile ai “mansionari” che gli sono stati forniti. Il risultato è inevitabilmente un “Frankenstein” composto da pezzi di auto esistenti. Il tasso di originalità? Dipende in gran parte dalla precisione con cui vengono poste le domande.

Benché non abbia ancora cambiato radicalmente il modo di creare un’automobile, l’intelligenza artificiale è già una realtà consolidata per molte case. Stellantis, per esempio, ne ha sviluppata una interna che pesca, mescola e rielabora disegni, immagini e bozzetti dei vari brand. Secondo Gilles Vidal, responsabile dello stile dei marchi europei del gruppo, è uno strumento potente, che usano volentieri soprattutto i designer più giovani. D’altronde, oggi, per fare questo mestiere, non se ne può più fare a meno.

































