Anche la Francia ha la sua Maranello. Senza troppe remore, con quel senso d’orgoglio e patriottismo tipico del popolo francese, così dicono i manager dell’Alpine di Dieppe, cittadina di poco meno di 30.000 abitanti che s’affaccia sulla Manica. Il paragone (ingombrantissimo) con la Ferrari è figlio di un campanilismo che ha radici assai più profonde di quelle della casa automobilistica fondata nel 1955 da Jean Rédélé nella sua città natale. Ma benché quanto a palmarès e popolarità la bilancia penda nettamente a favore del cavallino rampante, non è il classico colpo di marketing campato per aria.

Tra il vento e le onde del mare che da tempo immemore, implacabili, scavano le alte falesie a strapiombo sulla spiaggia di Dieppe, infatti, scorrono i capitoli di una storia lunga settant’anni che fa rima con motori rombanti, vittorie e sfide memorabili, ma soprattutto con quegli alti e bassi che immancabilmente spargono quel pizzico di magia tra le pagine del copione delle avventure più affascinanti e romantiche. E romantica e affascinante è l’avventura dell’Alpine e della sua fabbrica-gioiello da cui, da quando ha acceso le luci, nel 1969, sono uscite più di 500.000 vetture.

Mattone dopo mattone, tra le mure intrise di salsedine di quelle officine, distanti poco più di due chilometri dal mare, ha preso vita il sogno di un uomo e del suo sacro fuoco per le corse. Dai cancelli di Dieppe è uscita la mitica A110, la leggerissima e imprendibile coupé con cui nel 1973 l’Alpine ha vinto il primo Mondiale rally per i costruttori “ufficiale”. E a distanza di tanti decenni, sembra ancora di sentir vibrare i vetri mentre il rombo della mostruosa A442B turbo che nel 1978 conquistò la 24 Ore di Le Mans riecheggia potente.

Quello tra i cordoli del Circuit de la Sarthe nel ’78 fu il più classico degli ultimi balli. In quello stesso anno, l’Alpine confluì nella Renault, di cui divenne il reparto corse occupandosi, tra le altre cose, della messa a punto delle vetture stradali sportive. Di quelle nate con la A sul cofano, nessuna è mai riuscita a fare breccia nel cuore degli appassionati e a ben poco è servito l’alone di fascino ereditato dalla leggendaria e vincente A110: dopo una lunga serie di anni bui, nel 1995 il marchio viene trascinato nell’oblio dalla sfortunata A610.

Nel 2012 comincia la lenta resurrezione del mito, con un’operazione sulla falsariga di quella compiuta dalla Fiat con l’Abarth. Il modello della rinascita si chiama A110 e, come l’auto di cui riprende il nome e lo stile grintoso della carrozzeria, è una biposto a motore centrale per intenditori. Dal 2017 a oggi è stata costruita in più di 25.000 esemplari e adesso, sotto le luci di una catena di montaggio in cui gli operai, pur con l’aiuto di sofisticati robot e dell’intelligenza artificiale, lavorano ancora in maniera semiartigianale, brilla anche la nuova Alpine A390. Una crossover elettrica che ha ancora tutto da dimostrare e sulla quale pesa un’eredità importante, ma che, nel promettere una guida elettrizzante, ha già stabilito un record: con 470 CV, è l’Alpine più potente che sia mai esistita. Ma in pentola bolle anche un'auto da sogno ibrida con un V6 da circa 1.000 CV (qui per saperne di più). Chissà che direbbe Jean Rédélé…














