Fino a pochi anni fa sviluppare una nuova automobile in due anni sembrava quasi fantascienza, ma per le i costruttori cinesi è da tempo la normalità. Per realizzate la Twingo, la Renault ha spostato lo sviluppo in Cina, riuscendo cosi a portare la city car elettrica su strada dopo due anni dall’inizio del progetto, contro i 3-5 anni normalmente necessari alle case automobilistiche occidentali. Tuttavia le aziende cinesi hanno alzato ulteriormente l’asticella, accorciando i tempi che separano la definizione del progetto dalla produzione in serie in 18 mesi. E ora si apprestano a portare questo traguardo a 16 mesi.
Una velocità resa possibile soprattutto dall’impiego massiccio dell’intelligenza artificiale, dai cosiddetti “gemelli digitali” (repliche virtuali di un veicolo o di un componente), dalle simulazioni virtuali e dall’utilizzo di piattaforme e componenti già esistenti. Una strategia che permette ai costruttori di aggiornare rapidamente la gamma e di rispondere con maggiore agilità alle richieste del mercato. Ma proprio questa corsa sta iniziando a preoccupare le autorità cinesi e gli stessi vertici dell’industria automobilistica.

Il timore è che la riduzione dei tempi finisca per comprimere soprattutto le fasi di verifica fisica dell'auto. Dirigenti di colossi cinesi come la Geely, la Great Wall Motor e la Chery, oltre a esponenti dell’industria delle batterie come la CATL, hanno messo in guardia dai rischi di uno sviluppo eccessivamente rapido.
Se i test vengono sostituiti in misura crescente dalle simulazioni, alcuni problemi potrebbero emergere soltanto quando l’auto è già nelle mani dei clienti. Gli automobilisti rischierebbero quindi di trasformarsi involontariamente nei collaudatori finali delle vetture: un problema particolarmente delicato per componenti come batterie, sistemi elettronici e dispositivi di assistenza alla guida, dove un difetto può avere conseguenze non soltanto sulla qualità percepita, ma anche sulla sicurezza.
Il ministero cinese dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione (MIIT) ha quindi avviato una campagna di controlli annuale sulla qualità che comprende anche ispezioni a sorpresa negli stabilimenti dei costruttori. L’obiettivo è verificare che la ricerca della massima velocità nello sviluppo non stia avvenendo a scapito dell’affidabilità delle automobili.
Tra le misure allo studio c’è anche un intervento sui collaudi prima della commercializzazione, raddoppiando la percorrenza minima prevista per i test su strada fino a 30.000 km.

Se, come nel caso della Renault, anche i costruttori tradizionali stanno cercando di imitare i cinesi, permangono comunque dei paletti. Fracois Provost, ceo del Gruppo Renault, ha infatti dichiarato che c’è un limite che l’azienda da lui guidata non intende oltrepassare, affermando che due anni di sviluppo sono il minimo necessario per garantire la qualità.
Il manager ha spiegato che la Renault continua a puntare sui test reali, con milioni di chilometri percorsi in condizioni climatiche differenti, dall’inverno al caldo estremo, proprio per individuare i problemi che possono sfuggire alle simulazioni. E nonostante la pressione commerciale, la casa francese sostiene di non voler fare compromessi sulla qualità: se non c’è la certezza che l’auto sia pronta, non viene lanciata.
Lo stesso Provost ha però chiarito che i due anni non sono un valore assoluto. Per un modello completamente nuovo sviluppato su una nuova piattaforma, come la Twingo elettrica (foto qui sopra), servono circa due anni e mezzo, mentre per una derivata che può sfruttare una parte consistente del lavoro già fatto, come la nuova Dacia Spring (foto qui sotto), si può invece arrivare a soli 16 mesi.














