PASSAGGIO NOTO - Il gruppo Volkswagen si è dichiarato colpevole delle accuse di frode, ostruzione della giustizia e falsa testimonianza sull’importazione di merci nell’ambito del progetto in corso negli Stati Uniti sul Dieselgate, lo scandalo legato all’utilizzo di un software per modificare in modo illecito le emissioni inquinanti di alcuni fra i suoi motori a gasolio. L’ammissione è stata resa da un legale dell’azienda davanti a Sean Cox, giudice presso una corte distrettuale a Detroit, che sta lavorando dopo l’accordo raggiunto a gennaio 2017 fra la casa tedesca ed i magistrati inquirenti. La Volkswagen accettò in quell’occasione di riconoscere le accuse in cambio di alcune concessioni in sede di dibattimento, compresa la multa da 4,3 miliardi di dollari che la società preferì versare pur di evitare conseguenze legati ritenute peggiori.
STRATEGIA MIRATA - L’ammissione di colpevolezza fa parte della strategia difensiva elaborata dai legali. Secondo la ricostruzione del New York Times, gli avvocati della Volkswagen hanno scelto di procedere in questa maniera per rafforzare la posizione dell’azienda nelle cause intentate dai singoli Stati americani e nelle accuse rivolte dagli azionisti, che fanno parte di un altro filone delle indagini: secondo le accuse, i manager della casa conoscevano le irregolarità commesse e non le hanno rese note agli investitori, provocando un sensibile deprezzamento delle azioni. I 4,3 miliardi di dollari concordati negli Stati Uniti coprono gli ambiti civili e penali dell’inchiesta, ma il costo dell’operazione si aggira in tutto a circa 20 miliardi: la Volkswagen deve pagare un indennizzo o il ritiro delle auto ai quasi 600.000 proprietari delle vetture equipaggiate con i motori 2.0 TDI e 3.0 TDI vendute negli Stati Uniti fra il 2008 e il 2015.



































