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Giorgetto Giugiaro racconta l’Alfasud 

Pubblicato 20 ottobre 2021

A mezzo secolo dalla presentazione, a ripercorrere la genesi del progetto, un aneddoto dopo l’altro, uno degli uomini che ha contribuito a realizzarla.

Giorgetto Giugiaro racconta l’Alfasud 

RIVOLUZIONE ALFASUD - L'Alfasud è una delle auto più significative dell'Alfa Romeo e, in occasione dei suoi 50 anni, ne abbiamo raccontato la storia in un recente articolo (leggilo qui). Ma vale la pena tornare sull'argomento quando a svelare i retroscena più curiosi del progetto è l’uomo che ne tracciò le forme, Giorgetto Giugiaro, che nel 1968, insieme ad Aldo Mantovani, proprio per progettare l’Alfasud aveva fondato la Italdesign.


> Qui sopra il disegno originale dell'Alfasud realizzato da Giugiaro. Nella foto più in alto il designer ne racconta la genesi.

TUTTO COMINCIÒ IN UN BAR DI TORINO… - Giugiaro parte dal principio, raccontando l’ormai celebre primo incontro con l’ingegnere austriaco Rudolph Hruska, l’allora direttore generale dell’Alfa Romeo al quale il presidente Giuseppe Luraghi aveva affidato le chiavi del progetto della nuova vettura compatta con cui il Biscione avrebbe fatto concorrenza alla Fiat. “La prima volta ci vedemmo, con anche Aldo Mantovani, in un piccolo bar di Torino - ricorda il car designer del secolo -. Hruska condensò il capitolato della macchina in un rapido schizzo su un foglietto a quadretti, indicando tutti gli ingombri con estrema precisione: motore, assi delle ruote, abitacolo. Restammo affascinati dalla sua straordinaria cultura e così gli chiedemmo in quale fabbrica sarebbe stata costruita la vettura che avremmo dovuto disegnare. Ci rispose, candidamente, che ancora non esisteva nessuna fabbrica”. La neonata Italdesign si trovò così ad avviare un “percorso creativo” intorno al layout di un’auto completamente nuova, e che sarebbe dovuta nascere in uno stabilimento del quale non era stato posato nemmeno un mattone.

ANIMA LATINA, PRECISIONE TEUTONICA - “Realizzammo tre modelli in polistirolo e, scelto il più attraente, Hruska prese in mano il metro. Cominciò a misurare i vetri e, fatti i suoi conti, decise che non gli piaceva più”, racconta Giugiaro, che del manager austriaco ricorda “l’ossessione per i calcoli e per l’abitabilità”, che doveva garantire viaggi confortevoli per quattro persone alte più o meno come lui, ovvero 1,85 metri. La progettazione del bagagliaio creò non pochi grattacapi: “Hruska ci disse che dovevano starci senza problemi quattro valigie con misure 450x210x700 mm - rivela Giugiaro -: girammo per giorni tutti i negozi di Torino e Milano per trovare bauli di quelle dimensioni, ma non li aveva nessuno. Ancora mi chiedo dove riuscì a trovarle…”. E le cerniere esterne, a vista sulla carrozzeria? “Una cosa inaudita - spiega il designer -: Hruska le volle per massimizzare la capienza del vano bagagli”. A chi, invece, si è sempre domandato l’origine della fascetta con il logo Alfa Romeo in corrispondenza del montante posteriore, Giugiaro risponde così: “Lì c’era una saldatura a vista che a un certo punto, per ragioni ecologiche, non fu più possibile realizzare con lo stagno. Fu un espediente estetico per non renderla visibile”.

LA FUNZIONE PRIMA DI TUTTO - Fu “faticoso” ottenere da Hruska un bonus di dieci centimetri davanti al radiatore “per fare il cofano anteriore un po’ più spiovente. Ma - spiega Giugiaro - all’Alfa era normale: ricordo che quando disegnai la 1750 l’ingegner Satta mi fece rifare daccapo tutto il fianco per limare quei 5 millimetri in più che avrebbero diminuito la velocità massima di 1 km/h”. La funzionalità, insomma, veniva al primo posto, e rischiava di ridurre non poco la componente puramente creativa del progetto. “Penso al parabrezza - prosegue  il progettista -: io l’avrei voluto più inclinato, ma anche in quel caso prevalsero le esigenze di visibilità”. Un altro aneddoto rimarca l’ossessione per il rigore con cui fu approcciato ogni singolo aspetto della progettazione dell’auto. In realtà, racconta Giugiaro, più nei reparti della Italdesign che in quelli della fabbrica di Pomigliano d’Arco: “La carrozzeria doveva pesare al massimo 200 kg e ci fu concessa una tolleranza di un paio di chili. Quando andammo a Pomigliano, però, scoprimmo che la meccanica, di chili in più rispetto al previsto, ne aveva trenta. Idem per le misure esterne: Hruska veniva a prenderle tutti i venerdì a Moncalieri, ma alla fine in catena di montaggio sforarono di una ventina di millimetri”. 

UN SIMBOLO DELLA NOSTRA SOCIETÀ - Imperfezioni che aggiungono una sana dose di calore e colore a un progetto forse troppo ambizioso per essere perfetto. Ma chi la ama alla follia l’Alfasud possiede la sensibilità tecnica che serve a comprenderne a fondo i contenuti innovativi e le straordinarie doti meccaniche, che nulla hanno da invidiare alle grandi Alfa Romeo costruite al Portello e ad Arese. E così ogni difetto, ogni errore, filtrato dal tempo e dalla memoria e dalla passione, passa in secondo ordine: la ruggine, che nei primi anni di produzione, a causa di un processo produttivo inadeguato, aggrediva con spaventosa rapidità le scocche; le ingerenze dei sindacati e della politica, benzina sul fuoco delle lotte operaie che segnarono l’ultima, grande crisi dell’Alfa, la sua fine come azienda di Stato e il passaggio alla Fiat con cui prese avvio la stagione delle privatizzazioni in Italia. Tante storie che s’intrecciano in una storia più grande. Una storia che, nel bene e nel male, appartiene tutti noi.

> LEGGI ANCHEAlfa Romeo Alfasud: 50 anni fa la rivoluzione





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Ritratto di giulio 2021
20 ottobre 2021 - 19:16
E poi qualcuno ha ancora il coraggio di dire che non fu il più grande progetto di auto della storia, almeno in Italia, non fu neppure la più bella auto di Giugiaro eppure fu l'unica auto italiana che poteva diventare un super bestseller e un mito come la Golf se solo poi si fosse lavorato meglio durante la costruzione in serie.
Ritratto di Verde Passero
20 ottobre 2021 - 19:38
Invece a guardarla bene aveva anche un suo perché come linea, sia generale che nei dettagli per esempio delle forme fanali anteriori e posteriori. Bei tempi quando le macchine si facevano guardare anche con vetrature degne di tale nome, cerchi umani e a fari spenti
Ritratto di Voltaren
20 ottobre 2021 - 20:34
Ha mai sentito parlare di Dilambda, Silver Ghost, Model T, Airflow, Traction Avant, Beetle, 300 SL, 8C, DS, Mini, Golf? Se cerco su internet le auto più rivoluzionarie o i migliori progetti della storia, trovo quelle, l'Alfasud da nessuna parte.
Ritratto di Vincenzo1973
20 ottobre 2021 - 21:12
la Golf di rivoluzionario non aveva nulla. ha venduto tantissimo e vende ancora oggi ma senza rivoluzionare. ci sono foto d'epoca in cui appare, nei laboratori tedeschi, di fianco alla 128, che a discapito di una estetica molto convenzionale aveva una meccanica molto innovativa.
Ritratto di Voltaren
20 ottobre 2021 - 21:17
@Vincenzo: questo l'ho scritto in ogni dove, ma la Golf è menzionata tra le automobili più rivoluzionarie del secolo scorso
Ritratto di Flynn
20 ottobre 2021 - 21:41
In un mondo in cui le altisonanti italiane marcivano solo a guardarle realizzare un’auto a regola d’arte è stata la vera rivoluzione
Ritratto di Vincenzo1973
20 ottobre 2021 - 21:51
@Voltaren come numeri e fenomeno di massa, meccanicamente non ha mai avuto nulla di rivoluzionario.ovvio che fare i suoi numeri potrebbe essere definito rivoluzionario
Ritratto di giulio 2021
21 ottobre 2021 - 10:10
Voltaren mi sembra che se ne intenda di auto d'epoca come me di astrofisica: Cioè cita la Dilamba: rivoluzionaria quella? fu quella che fece tornare la Lamba al telaio separato invece che a quello portante rivoluzionario , la Chrysler Airflow disegnata dai 3 moschettieri della Chrysler era tanto rivoluzionaria nella aerodinamica che vendette un fico secco e bisognò tornare a forme più normali, e la 8C cheeeeee? Rivoluzionaria ? Bella si, le altre sono sia rivoluzionarie che di successo, ecco la Sud era meno di successo quello si.
Ritratto di Voltaren
21 ottobre 2021 - 14:19
@Ciullio: gli esperti delle testate internazionali hanno inserito proprio quelle macchine tra le più rivoluzionarie del secolo scorso. Oltretutto, l'elenco è nutrito, l'Alfasud non è nominata da nessuna parte. Ciullio, rip.
Ritratto di giulio 2021
21 ottobre 2021 - 15:19
Mi sembra che ci siano articoli su articoli in qualunque rivista automotive sull'Alfasud e invece su altre sfilze di modelli che hanno compiuto 50 anni o cosa non ce ne siano, a meno che non siano dei miti appunto, sulla 127 si ci sono e te credo, io saranno almeno 30 anni che leggo Classic Cars ed altre riviste britanniche e della Alfasud se ne è sempre parlato tantissimo, più di qualunque auto non supercar italiana di sicuro ed è sempre inserita in qualunque articolo sulle 10 berline più importanti della storia (dove spesso non compare la Corolla ad esempio...).
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