Non tira una bella aria nei corridoi di Wolfsburg, dove il ceo del Gruppo Volkswagen, Oliver Blume, si è trovato davanti a un ostacolo imprevisto: il consiglio di sorveglianza ha infatti bocciato, con un netto 12 a 7, il suo ambizioso piano di riorganizzazione. A sbarrare la strada al manager è stata la storica "Legge Volkswagen", una norma che richiede una maggioranza qualificata dei due terzi per le decisioni più drastiche, concedendo di fatto un potere di veto ai sindacati e al Land della Bassa Sassonia.
Daniela Cavallo, presidente del consiglio di fabbrica in rappresentanza dei lavoratori, ha guidato l’opposizione interna insieme al ministro Olaf Lies, impedendo la chiusura di quattro impianti tedeschi e il taglio immediato di 100.000 posti di lavoro. Per tentare di ricucire lo strappo, il ceo incontrerà i dipendenti ad agosto: sarà a Wolfsburg il 25 e a Zwickau ed Emden il giorno successivo per rispondere a oltre 80 quesiti posti dai lavoratori, preoccupati per un futuro che appare quanto mai incerto.
Con le mani legate sulle chiusure degli stabilimenti, Blume è stato costretto a ripiegare su misure che non richiedono il via libera del Consiglio (qui per saperne di più). La ricetta per riportare i conti in attivo è drastica: la gamma dei modelli attualmente in produzione (circa 150) verrà dimezzata, mentre la complessità delle varianti e delle personalizzazioni sarà ridotta del 75%.
L’obiettivo è recuperare il 20% delle spese generali di gruppo per tornare a essere competitivi contro i rivali, specialmente quelli cinesi che stanno erodendo quote di mercato fondamentali. Anche la capacità produttiva globale subirà un forte ridimensionamento, scendendo dai 12 milioni di veicoli all’anno dell’era pre-pandemia a soli 9 milioni.
Blume ha iniziato a parlare di “soluzioni più intelligenti” rispetto alla dismissione dei siti, ma la pressione degli investitori e delle famiglie Porsche e Piëch rimane altissima, dato che il titolo è crollato ai minimi degli ultimi 16 anni e l’utile netto è sceso del 28% nell’ultimo trimestre.
Se da un lato le chiusure totali sembrano scongiurate per ora, lo spettro dei licenziamenti resta enorme. Le stime parlano di una cifra compresa tra 100.000 e 140.000 esuberi totali entro il 2030, una quota che rappresenterebbe circa il 20% della forza lavoro globale del gruppo.
Tra le ipotesi sul tavolo per salvare alcuni siti compare la riconversione industriale: lo stabilimento di Osnabrück, per esempio, potrebbe essere riconvertito alla logistica per la difesa o alla produzione di batterie per droni militari. Questa crisi, tuttavia, non è solo un affare tedesco. L’allarme è scattato anche in Italia, specialmente in Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna.
I fornitori italiani di componentistica esportano verso la Germania circa 5 miliardi di euro di prodotti ogni anno, destinati principalmente a Volkswagen, BMW e Mercedes. Un rallentamento così marcato di Wolfsburg rischia di travolgere un tessuto industriale composto da circa 5.000 aziende e 160.000 addetti, rendendo la crisi dell'auto un problema che bussa anche alle nostre porte.




















