FAVORITISMI - In una lunga intervista al Detroit News, l’ex amministratore delegato della Chrysler, Bob Nardelli (nella foto in alto), afferma che non c’era necessità che l’amministrazione Obama cedesse il controllo della casa americana alla Fiat. Inoltre, prosegue Nardelli, se avessero dato a Cerberus (il fondo di investimento proprietario della casa di Auburn Hills a partire dal 2007, quando la rilevò dalla Daimler) le condizioni concesse al Lingotto, “avremmo fatto bene anche noi”: “La Chrysler sarebbe andata bene lo stesso, se non meglio” di quella gestita dalla Fiat. “Non c’era motivo per il governo”, ha concluso l’ex amministratore delegato “di svendere la società”.
LO “SGAMBETTO” DI FIAT - Nel marzo 2009 l’amministrazione Obama rifiutò il piano di rilancio presentato da Cerberus, basato su una richiesta di finanziamenti pubblici per cinque miliardi di dollari. La scelta cadde invece sulla Fiat, ritenuta capace di provvedere al rilancio della più piccola delle tre case statunitensi grazie anche alla notevole esperienza del gruppo italiano nel settore delle vetture compatte e alla forza della sua rete commerciale in Europa e in Sud America. E questo, nonostante l’operazione prevedesse un prestito governativo di 12,5 miliardi di dollari (poi restituito in anticipo dalla Fiat).
TRE PRODOTTI DI SUCCESSO - All’epoca dell’ingresso della Chrysler nell’orbita del Lingotto, ricorda però Nardelli, la Chrsyler aveva già sviluppato tre modelli, pronti al lancio, che poi si sarebbero in seguito rivelati un successo: Jeep Grand Cherokee, Chrysler 300 (che da noi arriverà col nome di Lancia Thema) e Dodge Charger. “La realtà”, conclude l’ex amministratore delegato, “è che mantenemmo in vita l’azienda quando avrebbe potuto affondare”. Contattato per una replica dal Detroit News, il portavoce della Chrysler Gualberto Ranieri si è limitato a dire che “è letteralmente meglio non commentare”.






























