Salire a bordo di una moderna vettura elettrica o plug-in arrivata dalla Cina regala ormai quasi sempre la stessa sensazione di “déjà-vu”. Che si tratti di una berlina di lusso o di una suv da famiglia, il copione stilistico sembra fotocopiato: una plancia orizzontale, dominata dal vuoto cosmico, al cui centro svetta un monumentale schermo touchscreen simile a un televisore domestico.
Spariti i tasti, via le manopole, spesso non ci sono nemmeno i cursori meccanici per orientare i flussi dell’aria. Una standardizzazione estetica che balza subito all’occhio dei guidatori europei, abituati a una maggiore varietà e alla forte identità visiva delle plance dei marchi tradizionali.
Ma perché i costruttori cinesi si sono uniformati a questo spartito minimalista? La risposta non si limita a una semplice questione di “moda”, ma ha anche ragioni industriali, logiche di risparmio economico estremo e abitudini dei consumatori locali.

La ragione principale di questa transizione non è tanto estetica, quanto puramente economica: progettare, ingegnerizzare e produrre decine di pulsanti fisici, rotelle e relativi cablaggi elettrici ha un costo elevato. Ogni tasto richiede un microinterruttore, stampi di plastica dedicati, tolleranze di montaggio rigorose per evitare scricchiolii e test di durata meccanica nel tempo. Spostare tutto sul display centrale taglia i costi alla radice, secondo la logica del “quel che non c’è non costa”.
Visto che il sistema multimediale deve essere comunque presente a bordo (con il suo processore e il suo schermo), tanto vale caricarlo di compiti. Integrare via codice la regolazione delle bocchette dell’aria o persino il comando per l’apertura delle porte o del cassetto portaoggetti richiede solo qualche riga di software in più. Una volta programmata l’interfaccia, replicarla su centinaia di migliaia di auto costa zero.

C'è poi un fattore culturale legato al mercato interno cinese. Per l’automobilista medio di Pechino o Shanghai, l’auto viene considerata a tutti gli effetti un prolungamento dello smartphone. L’attenzione quindi non si concentra sulla precisione dello sterzo o sul feedback tattile di una manopola del “clima” zigrinata in alluminio, ma sulla velocità del processore di bordo, sull’integrazione con l’ecosistema WeChat, sui servizi di streaming e sulla presenza di assistenti vocali evoluti con intelligenza artificiale.
Il design degli interni, di conseguenza, viene plasmato attorno al display, facendo dello schermo non un accessorio della plancia, ma è la plancia stessa. Questo approccio costringe i designer a rinunciare a geometrie particolari o avvolgenti, a favore di superfici lineari che servono unicamente da supporto ai pannelli a cristalli liquidi forniti dai medesimi colossi della tecnologia (come Huawei), accentuando l’effetto fotocopia tra i diversi marchi.
C’è anche da sottolineare come i costruttori cinesi sfornino nuovi modelli o restyling a un ritmo frenetico, spesso in appena 18 o 24 mesi, contro i 4 o 5 anni richiesti dai marchi storici occidentali. Per mantenere questa velocità pazzesca, le case orientali acquistano pacchetti hardware e software “chiavi in mano” dai grandi fornitori tecnologici. Se l’architettura elettronica di base è la stessa per dieci marchi concorrenti, la forma degli interni non può che adattarsi di conseguenza, azzerando le differenze.

A tutto questo si aggiunge un fattore storico determinante legato all’età dei costruttori, moltissimi dei quali (compresi quelli che oggi dominano le classifiche di vendita o che stanno sbarcando in Europa) hanno pochissimi anni di vita alle spalle: alcuni sono nati letteralmente nell’ultimo decennio.
Di conseguenza, queste case non hanno ancora avuto il tempo di sviluppare un’identità stilistica forte, coerente e immediatamente riconoscibile all’interno dell’abitacolo.
Salendo su una BMW o su una Volvo, è possibile percepire immediatamente una continuità storica e filosofica: si sa già dove trovare determinati elementi, si riconosce l’0impostazione della plancia orientata al guidatore o l’essenzialità scandinava che si tramanda di generazione in generazione.
I giovani costruttori orientali, non avendo una tradizione da rispettare o un patrimonio di design da proteggere, preferiscono seguire la strada più rapida e sicura: azzerare lo stile tradizionale per uniformarsi al linguaggio universale della tecnologia e dei maxischermi.

Se in Asia il “tutto nello schermo” è sinonimo di lusso tecnologico, dalle nostre parti l’entusiasmo sta scemando velocemente. E poi, come ripetiamo spesso nelle nostre prove, dover distogliere lo sguardo dalla strada per navigare in tre sotto-menù del display touch anche solo per attivare il lunotto termico o per regolare la temperatura è una complicazione inutile e, soprattutto, un pericolo per la sicurezza.
Fortunatamente, si comincia a percepite un timido cambio di tendenza e diversi enti internazionali stanno prendendo posizione. Dal 2026 l’Euro NCAP (l’organismo indipendente che valuta la sicurezza delle auto nuove tramite i crash test) ha introdotto una svolta importante: i modelli che non hanno comandi fisici, separati e facilmente raggiungibili, per le funzioni principali (come indicatori di direzione, tergicristalli, luci di emergenza e sbrinatori) non possono ottenere il punteggio massimo delle ambite cinque stelle.
Una pressione normativa e d’opinione che sta costringendo i centri stile europei, e persino alcuni marchi cinesi più attenti all’esportazione, a fare parziale marcia indietro, ridisegnando gli abitacoli per restituire alle dita del guidatore i rassicuranti pulsanti analogici. E anche le autorità cinesi sembra si stiano muovendo in questa direzione (qui per saperne di più).
















