RIPARTENZA GLOBALE - Il quadro tracciato ieri a Detroit da Marchionne e dai manager delle marche del gruppo FCA sta suscitando riflessioni e commenti diversificati. Del resto è un complesso di previsioni, propositi e obiettivi davvero articolato, sia sotto il profilo industriale che quello finanziario e geo-economico. I suoi pilastri sono comunque i numeri di produzione, che vedono il totale passare da 4,4 milioni del 2013 a circa 7 milioni di veicoli prodotti per il 2018 (1,9 milioni ciascuna per Jeep e Fiat; 1,2 milioni per Fiat Professional e Ram; 800 mila con il marchio Chrysler; 400 mila Alfa Romeo; 700 mila per la Dodge; 80 mila tra Maserati e Ferrari).
PIANI “SU MISURA” - Decine le novità distribuite per tutti i marchi e tutte le grandi aree commerciali del mondo. Tra queste ultime quella di maggior importanza resterà il Nord America, che dai 2,1 milioni di veicoli venduti nel 2013 secondo il piano industriale FCA dovrà arrivare a 3,1 milioni; segue la zona Emea (Europa, Medio Oriente e Africa) che da 1,1 milioni dovrà passare a 1,5 milioni nel 2018. Quindi l’America Latina, da 900 mila a 1,3 milioni, e infine l’area Asia-Pacifico, per la quale è programmata la crescita più ambiziosa: da 200 mila a 1,1 milione di veicoli.
NUOVO MONDO - Numeri che delineano uno scenario completamente nuovo. Non a caso Sergio Marchionne ha detto che Fiat Chrysler Automobiles “sta scrivendo un nuovo libro, non un capitolo” di una storia vecchia, spiegando poi che “Fiat e Chrysler assieme hanno un valore superiore rispetto alla semplice somma delle aziende Fiat e Chrysler”. Ciò anche perché “tutti gli uomini delle due realtà hanno visto l’inferno, e ciò rende Fiat Chrysler molto diversa dalle concorrenti”.
QUESTIONI DI SOLDI - La giornata di ieri ha avuto uno dei suoi momenti clou, forse il più importante, nell’illustrazione delle prospettive finanziarie. Anzitutto per il finanziamento dei progetti industriali, l’argomento più sotto osservazione da parte degli analisti, dato che il gruppo ha già un pesante indebitamento. Anzitutto il piano non prevede aumenti di capitale. Non è escluso, anche se non è stato deciso, che ci sia il ricorso a un prestito di cui Marchionne ha detto che il consiglio di amministrazione discuterà nei prossimi mesi, in parallelo alle procedure e formalità ancora da compiere sul cammino della definitiva formalizzazione della nuova società (sede legale, sede fiscale, quotazione, eccetera).
NESSUN AUMENTO DI CAPITALE - In pratica le risorse finanziarie per affrontare gli ingenti investimenti necessari dovranno venire dalla liquidità già in casa (17,8 miliardi al 31 marzo) e da quella che sarà generata dal business nei prossimi anni. In totale a Detroit sono stati annunciati investimenti per 48 miliardi di euro. Si spiegherebbe così la decisione di aver fare cenno al pagamento di alcun dividendo agli azionisti per quanto riguarda i prossimi cinque anni. Questa massa di denaro si basa sulla previsione di arrivare a un fatturato di 93 miliardi di euro quest’anno, 104 miliardi nel 2016 e infine 132 miliardi nel 2018 (gli importi del 2015 e 2017 non sono stati indicati). Questo contro gli 86,8 miliardi di euro di fatturato del 2013. L’utile operativo è previsto che arrivi a essere tra 8,7 e 9,8 miliardi nel 2018 contro i 3,5 del 2013, e l’utile netto tra 4,7 e 5,5 miliardi, sempre nel 2018. Per la cronaca, in riferimento alle modalità di autofinanziamento, Marchionne ha voluto sbarazzare il campo da ipotesi relative alla vendita della Ferrari. L’ad del gruppo FCA ha scandito (oltre che a farlo scrivere a lettere cubitali nella documentazione dell’evento) che “la Ferrari non è in vendita”, pur dedicando qualche parola alla valutazione di mercato della casa del Cavallino: circa 4,5 miliardi, con possibilità di crescita nei prossimi anni. Come si vede si tratta di un programma molto ambizioso, come ha esplicitamente detto il presidente della FCA John Elkann.
I DEBITI - Ma non basta. Perché l’ingente massa di investimenti pianificata sarà anche accompagnata dall’azzeramento del debito industriale che oggi grava sul bilancio del gruppo. La road map per questo argomento è di mantenere l’attuale livello di debiti (oltre 10 miliardi di euro) sino al 2015, per poi iniziare a ridurli fino a quasi azzerarli per il 2018.
THE DAY AFTER - Le reazioni a questa montagna di informazioni e dati (sia pure sul piano delle previsioni) hanno dato la stura a valutazioni e commenti. In casa nostra, ci sono stati apprezzamenti per gli annunciati investimenti per rilanciare l’Alfa Romeo e la Fiat. In particolare le prospettive relative all’Alfa Romeo sono viste come portatrici di nuove occasioni di lavoro, dato che lo stesso Marchionne ha più volte affermato che le Alfa Romeo devono essere prodotte in Italia. Ma anche il discorso fatto per la Fiat viene valutato positivo per l’Italia, perché dai progetti annunciati emerge che ci saranno sì modelli pensati per i nuovi mercati (Sudamerica e Asia) ma quando si parla di berline e station compatte e di nuova Punto per l’area Emea (che comprende l’Europa) significa che c’è la volontà di rimanere protagonista anche su questo terreno, per tipologia di vetture e per geografia. E poi ci sono state le esplicite parole di Marchionne in risposta a una sollecitazione della stampa: “Siamo impegnati a non mandare nessuna a casa”, a “non licenziare”, ha detto Marchionne, specificando “quando arriverà l’industrializzazione dei prodotti rientreranno tutti quanti”.
DUBBI DAGLI SPECIALISTI - Ma il piano FCA 2018 e le sue “ambizioni” - per dirla con John Elkann - non convincono tutti. Lo si è visto questa mattina in Borsa, con le azioni Fiat in vendita massiccia (oltre 20 milioni, contro una media di 16 milioni), fino a costringere le autorità borsistiche a sospendere le contrattazioni per eccesso di ribasso dopo che il valore è arrivato a perdere oltre il 9% rispetto a ieri. In questa reazione degli investitori pesa evidentemente l’andamento del primo trimestre dell’anno, non positivo come previsto, ma anche la scarsa convinzione degli analisti su quanto presentato a Detroit. A lasciar incerti e scettici sono le proporzioni della crescita prevista e l’incertezza sulle capacità di finanziamento, a fronte di un indebitamento che tuttora forte.