Nei primi anni ‘90, l’industria automobilistica si muoveva ancora su binari tradizionali, ma la Toyota percepì per prima la necessità di affrontare la dipendenza dal petrolio e il crescente impatto ambientale. Nel 1992, il colosso giapponese pubblicò il “Toyota Earth Charter” (Carta della Terra Toyota), un documento che fissava obiettivi ambiziosi per lo sviluppo di vetture a basso impatto. Fu in questo clima di fermento che, nel 1993, prese vita il progetto G21, in cui la “G” stava per Globe e il “21” per il ventunesimo secolo.
A guidare il team fu scelto Takeshi Uchiyamada, un ingegnere che non aveva alcuna esperienza precedente nello sviluppo di sistemi di propulsione alternativa. Inizialmente, l’obiettivo era migliorare l’efficienza del carburante del 50%, ma i vertici dell’azienda alzarono drasticamente la posta: i consumi dovevano essere dimezzati rispetto a quelli di una Corolla tradizionale. Uchiyamada ammise che la richiesta sembrava esagerata e quasi impossibile da realizzare con i metodi convenzionali.

La nascita della Toyota Prius non fu affatto una marcia trionfale, bensì una corsa contro il tempo e la fisica. Nel 1995, il nuovo presidente dell’azienda Hiroshi Okuda accelerò i tempi, fissando il lancio per il 1997, in concomitanza con la conferenza sul clima di Kyoto. La pressione era enorme: gli ingegneri lavoravano oltre 16 ore al giorno e alcuni arrivarono a dormire in azienda. Le difficoltà tecniche erano tali che un primo prototipo di batteria esplose in laboratorio.
Ancora più celebre è l’episodio del primo esemplare completo che, nel 1995, rimase immobile in pista per ben 49 giorni a causa di problemi nel coordinamento tra i motori. Quando finalmente l’auto riuscì a muoversi per appena 500 metri, Uchiyamada scoppiò in lacrime per l’emozione. Nonostante lo scetticismo dell’intera industria, la Prius definitiva fu presentata al Tokyo Motor Show nell’ottobre 1997, arrivando sul mercato come un oggetto quasi proveniente da un altro mondo.

Il vero cuore della rivoluzione era il Toyota Hybrid System (THS), un sistema ibrido serie-parallelo che permetteva all’auto di essere spinta dal motore termico, da quello elettrico o da entrambi contemporaneamente. Tecnicamente, tutto ruotava attorno a un ingegnoso dispositivo di ripartizione della potenza: un rotismo epicicloidale che collegava il motore a benzina di 1,5 litri a ciclo Atkinson, un motore elettrico di trazione e un generatore.
Nelle ripartenze e a basse velocità, la Prius si muoveva in totale silenzio usando solo l’energia elettrica, mentre quando era necessaria più potenza, il motore a benzina si accendeva e la sua forza veniva divisa: una parte andava alle ruote e l’altra al generatore per alimentare il motore elettrico o ricaricare le batterie.
Un inverter trasformava la corrente continua della batteria al nichel-metallo idruro in corrente alternata per i motori. Fondamentale era il recupero dell’energia in frenata, che trasformava il motore elettrico in un generatore per non sprecare calore. Per garantire la longevità delle batterie, il sistema manteneva la carica costantemente tra il 40% e il 60%.

La prima Prius non era rivoluzionaria solo per il sistema propulsivo, ma per l’intera concezione del veicolo. Il design, firmato dal Calty Design Studio in California, era studiato per fendere l’aria con un coefficiente aerodinamico di 0,29, un valore eccezionale per l’epoca. All’interno, l’abitacolo rompeva con il passato grazie a una strumentazione digitale posta al centro della plancia, che includeva uno dei primi schermi touch della storia automobilistica.
Questo display illustrava graficamente i flussi di energia e i consumi in tempo reale, educando i conducenti a uno stile di guida più efficiente. La vettura era dotata anche di un sistema start&stop che spegneva il motore termico durante le soste, riducendo ulteriormente le emissioni in città. Con una percorrenza che sfiorava i 28-30 km/litro, la Prius dimostrava che una berlina per famiglie poteva consumare quanto una citycar.

Nonostante l’accoglienza iniziale prudente e un prezzo di vendita che inizialmente portava la Toyota addirittura a perdere denaro per ogni unità prodotta, la prima generazione della Prius riuscì a vendere circa 123.000 esemplari nel mondo fino al 2003. Quello che era nato come un esperimento in perdita, considerato un investimento sul futuro, ha aperto la strada a una vera rivoluzione globale.
Oggi l’eredità della Toyota Prius è immensa: ha venduto oltre 15 milioni di unità ibride a livello mondiale, rendendo questa tecnologia una scelta comune e affidabile per milioni di automobilisti.
La Prius ha dimostrato che la mobilità sostenibile poteva essere prodotta in serie e ha fornito la base tecnica per tutte le attuali strategie di elettrificazione della Toyota, dai modelli plug-in fino a quelli a idrogeno. È stata, come suggerisce il suo nome latino, l’auto che è arrivata “prima”, anticipando di decenni il destino dell’intera industria automobilistica.









































