La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione è tornata su un tema che crea spesso discussioni tra automobilisti e avvocati: come si contesta una multa per uso del cellulare alla guida quando l’infrazione è stata accertata “a vista” dagli agenti.
La vicenda nasce da un verbale della Polizia Municipale di Bologna, in cui gli agenti dichiaravano di “aver visto il conducente fare uso, durante la guida, del cellulare tenendolo con la mano all’orecchio” . Il Giudice di Pace prima e il Tribunale poi avevano annullato la multa, ritenendo non sufficiente la sola dichiarazione degli agenti. Ma la Cassazione ha ribaltato tutto.
Con l’ordinanza n. 12925 del 14 maggio 2025, la Corte afferma infatti che la dichiarazione degli agenti, quando riguarda un fatto avvenuto sotto la loro diretta percezione, ha valore di “fede privilegiata”. Ciò significa che ciò che l’agente vede e attesta nel verbale fa piena prova fino a querela di falso.
La sentenza lo dice in modo esplicito, ricordando che sono contestabili solo le circostanze non attestate come avvenute alla presenza del pubblico ufficiale, mentre tutto ciò che l’agente ha percepito con i propri sensi può essere messo in discussione soltanto attraverso la querela di falso.
Per questo motivo, non è sufficiente sostenere che “non è vero” o presentare una ricostruzione alternativa: l’unico modo per mettere in discussione ciò che l’agente ha visto è avviare un procedimento di querela di falso, uno strumento complesso e poco utilizzato, ma necessario quando si vuole contestare la veridicità di quanto dichiarato nel verbale.
La decisione non riguarda solo l’uso del cellulare alla guida, ma tutte le violazioni accertate a vista: dalle cinture al semaforo rosso, fino alla mancata precedenza. Ogni volta che l’agente dichiara di aver visto direttamente l’infrazione, quella dichiarazione ha pieno valore probatorio e non può essere superata con una semplice opposizione al verbale.
Per gli automobilisti, il messaggio è chiaro: contestare una multa per cellulare alla guida è possibile, ma solo se si è disposti a mettere in discussione formalmente la veridicità del verbale attraverso la querela di falso. Una strada tutt’altro che semplice: si tratta infatti di un vero e proprio procedimento giudiziario in cui si chiede al giudice di accertare che un atto pubblico (come il verbale degli agenti) contiene una falsità.
Richiede un avvocato, tempi lunghi, costi più elevati e soprattutto l’onere di dimostrare che ciò che l’agente ha attestato come visto con i propri occhi non corrisponde al vero.









