Perché in italiano “automobile” è femminile, mentre in altre lingue la stessa parola o il concetto di auto ha un genere diverso? La nostra lingua non non ha il genere neutro, che in altri idiomi viene comunemente usato per le cose: quando un nuovo sostantivo entra nell’uso, deve in qualche modo essere ricondotto al maschile o al femminile.
Le lingue neolatine hanno seguito strade differenti. In francese, per esempio, “la voiture” è femminile, mentre in spagnolo si dice “el coche”, al maschile. In portoghese troviamo “o carro”, ancora una volta maschile. Non c’è quindi una regola universale che stabilisca quale debba essere il genere di un’automobile: è la storia della singola lingua a decidere. E anche in italiano, in realtà, la storia è stata piuttosto movimentata.
Quando le prime automobili comparvero sulle strade italiane, la parola non aveva ancora un genere stabilizzato. Nei primi anni del Novecento era molto comune usare “il automobile” o, davanti alla vocale, “l’automobile” al maschile, con aggettivi e articoli conseguenti. Nel 1905, per esempio, Alfredo Panzini osservava che il genere maschile tendeva a prevalere.
La scelta era dovuta al fatto che il termine era percepito come una sorta di abbreviazione di “veicolo automobile”, dove veicolo è maschile. Inoltre, la nascente cultura automobilistica aveva un’immagine fortemente legata alla velocità, alla tecnica, alla forza e alla modernità: caratteristiche che si sposavano bene con il maschile dell’epoca.
A sostenere questa impostazione furono anche i futuristi, che vedevano nell’automobile uno dei simboli più potenti della modernità. Filippo Tommaso Marinetti, nel celebre Manifesto del Futurismo del 1909, celebrava la macchina e la velocità come espressione di una nuova epoca. In questo ambiente culturale l’automobile era soprattutto una creatura meccanica, aggressiva e maschile.

La svolta arriva nel 1926, con una lettera destinata a diventare una delle più celebri curiosità della storia dell’automobile italiana. A scriverla è Gabriele D’Annunzio, che riceve da Giovanni Agnelli una Fiat 509 Cabriolet (nella foto qui sopra). Il poeta ringrazia l’imprenditore con parole che sembrano quasi scritte apposta per risolvere una questione grammaticale dibattuta: “L’Automobile è femminile", afferma il Vate, spiegando che la vettura possiede “la grazia, la snellezza, la vivacità d’una seduttrice” e, allo stesso tempo, “la perfetta obbedienza”.
La lettera è datata 18 febbraio 1926 e si riferisce proprio alla 509 Cabriolet donata da Agnelli al poeta. Non fu, naturalmente, una legge linguistica: nemmeno D’Annunzio aveva il potere di decidere ufficialmente il genere di una parola, tuttavia la sua autorevolezza culturale contribuì a dare enorme visibilità alla soluzione femminile, che da quel momento acquista sempre più terreno.
Non significa che il maschile scompaia immediatamente: per anni le due forme convivono e ancora oggi si possono trovare testimonianze storiche di entrambe. Oggi però non ci sono più dubbi: nella lingua italiana l’automobile è femminile, così come lo è l’abbreviazione auto.
Eppure basta spostarsi dalla lingua standard all’uso quotidiano per scoprire che il vecchio maschile non è completamente morto. In alcune zone del Paese, in particolare al Nord, resiste infatti l’abitudine di usare il maschile quando si parla di una vettura identificandola attraverso il marchio. Si può sentire dire “il Ferrari”, “il Porsche”, “vengo a prenderti col BMW”.
È un uso colloquiale, regionale o familiare, non quello previsto dall’italiano standard. La vicenda del genere di automobile è, in fondo, un piccolo esempio di come cambia una lingua: non è stata un’accademia a stabilire dall’alto che l’auto dovesse essere femminile, ma cambiamento è nato dall’uso, si è affermato progressivamente e ha trovato nella celebre frase di D’Annunzio un potente acceleratore culturale.
Oggi ci sembra del tutto naturale dire “la mia automobile”, ma poco più di un secolo fa qualcuno avrebbe potuto tranquillamente parlare del proprio “automobile” al maschile. Quindi la prossima volta che si sente dire “il Porsche” o “il Ferrari” non è necessariamente un errore da correggere, ma piuttosto una traccia, ancora viva nel parlato, di quando la lingua italiana non aveva ancora deciso da che parte stare.







