Le norme anti inquinamento hanno favorito, ormai da anni, la diffusione di auto ibride: modelli in cui sono presenti sia il motore elettrico (o più di uno) sia quello a combustione interna, che possono “collaborare” tra loro in modi differenti. Fra le varie tipologie di ibride, quelle che nei prossimi anni dovrebbero crescere maggiormente sono le plug-in, perché in base ai cicli di omologazione hanno la CO2 più bassa. Grazie infatti alla possibilità di ricaricare la batteria di trazione anche da una presa esterna, riescono a percorrere molti km (in molti casi si arriva fino a 100) a corrente.

Fra le ibride plug-in, molte potrebbero essere range extender (letteralmente, con “accrescitore di autonomia”): spesso si tratta di auto nate elettriche, a cui poi è stato aggiunto un motore a combustione. Quest’ultimo non serve a dare trazione, ma a ricaricare la batteria (attraverso un generatore) che alimenta il motore collegato alle ruote. Questa “trasformazione” è il modo più semplice ed economico per ricavare un’ibrida plug-in da un’elettrica, perché non prevede integrazione tra i diversi motori, né la trasmissione.
Inoltre, dato che il benzina lavora a regime costante e solo per rigenerare, può anche essere poco sofisticato: non servono per esempio variatori di fase della distribuzione che ottimizzino il funzionamento lungo tutto l’arco di erogazione. Inoltre, dato che le vendite delle elettriche non stanno andando come previsto, in Italia e a livello globale, “convertire” in ibrida plug-in un’elettrica è anche un modo per aumentarne le probabilità di successo.

Nel disegno qui sopra la meccanica della Leapmotor C10 che ricalca quella di tante plug-in con range extender derivate dalle elettriche. Vediamo da cosa è composta: la batteria 1 più piccola (da 28,4 kWh anziché 70) lascia spazio al serbatoio della benzina 2 , mentre il motore elettrico 3 è il medesimo, sebbene in questa ibrida eroghi 3 CV in meno. L’unità termica (nella C10 un 1.5 a quattro cilindri) 4 è collegata a un generatore di corrente e non alle ruote: trova spazio sotto il cofano dove, nella versione a corrente, c’è un secondo bagagliaio.

Solitamente, le plug-in con range extender derivate dalle elettriche, rispetto a queste ultime, hanno una batteria più piccola, per fare posto al serbatoio della benzina. Il generatore a benzina (spesso si tratta di un 4 cilindri 1.5) trova posto invece sotto il cofano anteriore, dove nelle varianti elettriche c’è un secondo bagagliaio. Invariato invece il motore elettrico. Nella foto qui sopra lo schema tecnico della BMW i3 con range extender lanciata nel lontano 2013 e ora fuori produzione.
BevX, Erev, Reev sono solo tre dei modi in cui i costruttori chiamano la tecnologia delle ibride range extender. Ad adottarla, per il momento, sono soprattutto le case cinesi: un esempio è la Leapmotor C10 Reev. Più avanti dovrebbero aggiungersi anche costruttori europei: a fine 2026 ci si aspetta la BMW con la nuova generazione della suv X5. Nel 2027 dovrebbe essere il turno della Renault, che dovrebbe aggiornare Megane e Scenic, al momento solo elettriche (e a cui potrebbe aggiungere, appunto, un benzina per allungare l’autonomia).

Proprio in previsione di un aumento dei volumi di mercato delle range extender, la Horse Powertrain (joint venture tra la cinese Geely e la Renault) ha recentemente lanciato il sistema C15 (foto qui sopra), che converte le elettriche in plug-in e si basa su un 4 cilindri da 95 CV o, turbo, da 163 CV, e comprende anche il generatore, i sistemi di raffreddamento e l’inverter. Un vero e proprio kit pronto per l’installazione nelle auto elettriche.

Per la normativa europea, le range extender sono delle plug-in. Come queste, sulla carta di circolazione vengono infatti definite “ibride a carica esterna”, a differenza delle mild hybrid e delle full hybrid: prive di ricarica esterna (la batteria si rigenera nei rallentamenti grazie a un generatore collegato alle ruote), sono classificate semplicemente come ibride.









