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L’industria automobilistica italiana fra ripartenza e difficoltà

Pubblicato 21 ottobre 2021

L’evento Osservatorio Componentistica Italiana 2021 ha fatto il punto sulla situazione dei produttori di casa nostra: un quadro con luci e ombre e anche qualche sorpresa.

L’industria automobilistica italiana fra ripartenza e difficoltà

IL POLSO DELLA FILIERA ITALIANA - Com’è lo stato di salute dei componentisti italiani, protagonisti spesso oscuri ma importantissimi per la costruzione dei veicoli? A fare una radiografia del settore ci hanno pensato la Camera di Commercio di Torino, l’associazione della filiera automotive Anfia e il Center for Automotive and Mobility Innovation - Cami dell’Università Cà Foscari di Venezia, che hanno sondato 477 aziende. Il quadro che ne esce ha diverse luci e ombre anche qualche sorpresa. Il primo dato è che la domanda delle automobili nel 2021 è scesa del 13% e che il Piemonte rappresenta da solo il 35% dell’automotive italiano. Tutto l’automotive, non solo quello nazionale, è chiamato ad affrontare sfide impegnative quali la trasformazione della mobilita (elettrificazione, guida autonoma, connettività) così come la scarsità che non è più solo dei chip ma riguarda anche le materie prime. Se una merce è rara allora aumenta di prezzo e questo potrebbe portare a inflazione e ad una erosione della ripresa di quest’anno. Ma la carenza riguarda anche le persone: queste trasformazioni implicano competenze evolute e si è rilevato che le aziende hanno difficoltà a trovare persone con le giuste abilità e anche a formare addetti già assunti.

AGGREGARSI CONTRO LE DIFFICOLTÀ - Anche la piccola dimensione delle aziende italiane non aiuta e quindi è necessario che le PMI si aggreghino, eventualmente sotto un “ombrello” di una delle grandi eccellenze italiane dell’automotive. La ricerca ha però trovato anche motivi di ottimismo, come l’azione che si sta compiendo per sensibilizzare il Governo, la creazione di un Polo per la Mobilità sostenibile e la Città Manifattura a Mirafiori, senza dimenticare che proprio a Torino ha sede il Centro nazionale per l’Intelligenza Artificiale legata all’automotive. Anfia ha poi rilevato un altro fattore critico nella Brexit, dato che per esportare nell’importante mercato del Regno Unito ci sono ora lungaggini amministrative anche se, grazie ad accordi specifici, si sono evitato dazi perniciosi. La carenza dei chip ha rallentato o bloccato le linee di montaggio e per questo Anfia ha ridimensionato a 1,5 milioni le stime 2021 per le vendite di auto in Italia, un - 22% rispetto al 2019 nonostante gli incentivi statali si siano rivelati efficaci anche se hanno creato un certo “effetto attesa” perché discontinui. Per fortuna il primo semestre 2021 è stato positivo, per l’indotto, sia per l’export sia per il fatturato anche se dopo marzo la crescita si è attenuata. La chip shortage impatterà ancora a lungo a livello globale, con 5 milioni di veicoli “persi” quest’anno e la previsione di perderne altri 8 nel 2021 e circa 1 nel 2023.

NECESSITÀ DI UNA TRANSIZIONE - Anche se la stangata ha colpito meno la Cina, le stime danno il 2021 con una produzione di automobili a +8% sul 2020, arrivando a circa 85 milioni di auto prodotte: un dato paragonabile a quello del 2013, subito dopo la crisi dei debiti sovrani. Anfia ritiene inoltre che l’ambizioso target europeo Fit for 55 (ridurre entro il 2030 le emissioni di CO2 del 55% rispetto ai livelli del 1990) sia molto difficile se non irrealistico e quindi invoca una riduzione progressiva, con obiettivi intermedi che seguano anche il cambiamento del mercato e azioni di sostegno per evitare danni economici e occupazionali alla filiera. È stato poi puntualizzato che la componentistica italiana è molto differenziata sul territorio, con l’Emilia-Romagna che concilia la flessibilità con la ricerca e sta seguendo bene la transizione. Il Veneto e la Lombardia esportano per tradizione verso Germania e, anche se in minor misura, verso la Francia. Il Piemonte è molto consolidato, ha eccellenze in vari settori e ha Università molto attive, così come la Toscana che soffre però di più il rischio delocalizzazione. Il Meridione ha pochissime realtà importanti, che dipendono poi troppo Stellantis ma in generale le aziende italiane del settore investono meno in ricerca e sviluppo di quelle estere. Si è anche visto che il Piemonte è allineato con il dato italiano per le aziende legate all’elettrificazione (il 47,5% delle aziende campionate) ma è più legato della media al motore a benzina (75,4% contro il 72,8% italiano) e a quello diesel: 83,9% rispetto alla media italiana del 77,9%. Lo studio ha anche esaminato le conseguenze della nascita di Stellantis, che ha per esempio creato nei componentisti la percezione di un baricentro delle decisioni che si è allontanato e un rischio per possibili cambiamenti nei volumi delle commesse. L’aggregazione che ha dato vita a Stellantis viene però vista anche come un’opportunità, ad esempio per la presenza del Gruppo su molti mercati. 

LE OPPORTUNITÀ PER UN FUTURO MIGLIORE - Si è visto che il legame con l’ex FCA è ancora forte - è presente nel portafoglio clienti del 69% delle imprese (78% per i fornitori piemontesi) - ma è proseguita la contrazione dei ricavi delle commesse del gruppo FCA: 35,4% contro il 36,6% del 2019 e il 37,4% del 2018. Simulando un “effetto Stellantis”, aggiungendo le commesse verso il gruppo PSA, si vede invece un fatturato medio che sale al 41,7%. Per fronteggiare le difficoltà contingenti e quelle della transizione si è ribadito che occorre puntare sull’innovazione tecnologica e produttiva, sposando l’industria 4.0, sulla creazione di nuove competenze e di professionalità, adatte ad un contesto profondamente e velocemente cambiato e spingere per un “sistema di imprese” nel quale ogni realtà possa contribuire con le sue competenze. In effetti lo studio ha rilevato che l’85,7% delle imprese ha al suo interno personale laureato, con una crescita graduale: nel 2016 erano l’81,6%. Al contrario, la percentuale di imprese con risorse umane destinate alle attività di ricerca e sviluppo è scesa dal 72% del 2019 al 70% del 2020 a causa della pandemia. Il 55% delle imprese che hanno partecipato allo studio ha dichiarato di aver preso parte o di voler partecipare a progetti nelle tecnologie connesse ai nuovi trend del settore. Fra queste la maggioranza (il 77,3%) vuole formare risorse interne per acquisire le competenze occorrenti mentre il 58,9% pensa di assumere nuovo personale già in possesso della professionalità necessaria e il 47,3% pensa a collaborazioni o consulenze. Il 59% pensa che occorreranno competenze per gestire la produzione, il 53% pensa all’automazione, il 47% individuerà professionalità per sviluppo di software/applicazioni e il 45% nella ricerca di nuovi prodotti e materiali.

RIPRESA E NUOVI SETTORI - Nonostante i dubbi, la filiera si attende un anno di ripresa: oltre i due terzi delle imprese pensa che il loro fatturato crescerà, il 57,5% ‘vede’ aumenti degli ordinativi, il 56,5% pensa di aumentare le sue esportazioni e il 55% la propria forza lavoro. Si è visto anche una certa considerazione delle nuove tecnologie: al 47,5% già attivo nell’elettrificazione si aggiunge un 29,7% implicato con il Gpl mentre solo l’11,2% conta esclusivamente sui motori diesel. Da segnalare, inoltre, il 6,9% di rispondenti posizionati sulle fuel cells, una quota di gran lunga superiore alla presenza di questi powertrain sul mercato e che si ritiene quindi legato anche agli altri usi di questa tecnologia. Interessante anche il dato della produzione italiana di di vetture elettrificate: era lo 0,1% nel 2019, è salita al 17,2% nel tremendo 2020 mentre per quest’anno si stima un balzo al 39,8%. Basta pensare alle Jeep, con le consolidate ibride plug-in Compass e Renegade e la recente Wrangler e le diffusissime mild hybrid Fiat Panda e 500 e la Lancia Ypsilon per capire da dove vengono questi numeri. Se aggiungiamo le esclusive ibride Maserati Ghibli e Levante e la citycar 500 elettrica capiamo che la transizione produttiva, che implica anche una conversione della filiera, iniziata anni addietro, è già ben consolidata.





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Ritratto di otttoz
21 ottobre 2021 - 21:04
riportare le produzioni in italia,anche con robuste sovvenzioni europee,altrimenti non ci sono soldi per comprare prodotti importati da turchia.cina,oriente, serbia...
Ritratto di - ELAN -
22 ottobre 2021 - 13:00
1
E il lavoro chi lo paga? Normale che se ci sono un miliardo di lavoratori da sfruttare il liberismo porti a produrre colà. E' lo stesso motivo percui nel Belpaese sfruttano le false partite IVA per mascherare i rapporti di insubordinazione, pagando zero tasse e riconoscendo zero diritti ai lavoratori extra CGIL... non c'è bisogno di andare in Cina.
Ritratto di Oronzo Birillo
22 ottobre 2021 - 08:44
Le auto rientrano nella categoria dei beni durevoli da ammortizzare con il tempo rientrando lentamente dell'investimento iniziale. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un inversione di tendenza sdoganando l'auto come bene di consumo facendo emergere l'esigenza nell'automobilista di disfarsi dell'auto dopo qualche anno girando sempre con l'auto nuova in un circolo vizioso dove non si smette mai di pagare. Ed oggi si paga a caro prezzo questa politica manageriale volta al suicidio commerciale fatta di finanziamenti, maxi rata finale, Taeg da capogiro, ed auto che causa prezzi impazziti non si vendono se non incentivate. E così trovi che le case vendano tramite il concessionario servizi accessori come l'estensione di garanzia fino a quattro anni ignorando il fatto che se un'auto nei primi quattro anni dovesse presentare problemi tali per cui si renderssero necessari interventi di manutenzione straordinaria confermerebbero l'immaturità di un progetto nato male. Il cliente và fidelizzato fornendo ad esempio un estensione di garanzia dal quarto anno in poi dove l'usura e l'impiego giocheranno a sfavore del mezzo (pura utopia, ovviamente). Ad ogni modo il momento è difficile e viste le previsioni non potrà che peggiorare. Il mercato è in crisi ed è una crisi che ha radici profonde che durano da diversi anni ormai e se tutti non faranno un passo indietro non basteranno più gli incentivi e le uniche auto nuove che vedremo saranno solo quelle invendute in vetrina.
Ritratto di andrea10
22 ottobre 2021 - 10:56
Faccio questo mestiere e non posso che darle ragione. Vero che la vettura dal 4° anno in poi si svaluta parecchio , al contrario dei costi di manutenzione tra cinghia ,ammortizzatori e via dicendo ... Ma il costo del finanziamento con maxi rata è molto alto , buono per chi può permetterselo e quindi gira con vettura sempre fresca e lontano dai problemi. Ma una famiglia non può permettersi una spesa che minimo sfiora i 20.000 € , sempre se di auto in famiglia ne serva una . Inoltre , prevedo che la sua previsione non sia errata , spero di sbagliarmi ovviamente , auspico che la tecnologia possa evolversi al punto di offrire vetture elettriche (vuoi o non vuoi sarà il futuro) ad un costo accessibile , ma la filosofia nostra deve cambiare e non pensarla appunto come bene di consumo ma investimento durevole. Il discorso è troppo complicato e ne implica altri , ma sul discorso della trasformazione a bene di consumo delle vetture è anche colpa nostra , non solo delle case che fanno il loro lavoro cioè cercare di vendere sempre di più. Abbiamo intrapreso questo percorso con i telefoni , poi passati alle Tv intergalattiche e adesso si spinge ancora l'asticella.
Ritratto di Giocatore1
22 ottobre 2021 - 13:48
1
Bel commento Oronzo, sono assolutamente d'accordo
Ritratto di Flynn
22 ottobre 2021 - 21:25
Tutto molto bello, ma siamo sicuri che la soluzione sia tenersi tutti l’auto 15 anni ? Perché si fermerebbe completamente il mercato dell’usato e comunque ridurrebbe la richiesta di produzione e il relativo indotto.
Ritratto di Oronzo Birillo
23 ottobre 2021 - 11:01
La soluzione la trovi nell'ultimo capoverso che ho scritto. Cordialità.
Ritratto di Flynn
23 ottobre 2021 - 13:47
Bah … trovo curiose queste critiche sul consumismo da chi se ne dice disinteressato. Avete l’Phone di ultima generazione non è un obbligo, è una scelta. Avere la TV da 65” non è un obbligo, è una scelta. Allo stesso modo cambiare l’auto ogni 4 anni è una scelta non un obbligo. E comunque cambiarla anche dopo 8 anni non cambia nulla
Ritratto di Oronzo Birillo
23 ottobre 2021 - 14:30
La critica è ben altra cosa. Se rilegge con attenzione ciò che ho scritto converrà che trattasi di analisi; nulla più. Concordo con lei che ognuno di noi vive sulla base delle proprie risorse economiche. Cordialità.
Ritratto di adry60
24 ottobre 2021 - 19:43
se permetti, il peso del settore viene pagato da tutti i contribuenti, se la sostanza viene fatta pagare a coloro che ottusamente non capiscono l'importanza di finanziare le produzioni locali ecco che il sistema non ha modo di esistere. forza Draghi inizia a togliere il 20% ai pensionati che non hanno un auto made in italy ed il 30% allo stipendio del dipendente pubblico. se hai obiettori non dare risposte digli solo che Kogliolandia è finita
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